Dito Marcio Assassino
29 ottobre
La zingara afferra con piglio professionale la mia mano e finge di addentrarsi nei meandri delle varie linee del mio palmo, mentre io rido sotto i baffi e non mi pento affatto delle 5.000 lire spese per tanto divertimento. Con il suo dito giallastro segue le tracce del mio destino, piantando ogni tanto il suo sguardo nel mio, e io penso
speriamo che non si accorga che non ce la faccio più a trattenermi. Sicuramente se le scoppio a ridere in faccia, s'incazza!
All'improvviso, mi prende il pollice e comincia a scrutarlo. I suoi enormi occhi cominciano a roteare, mettendo in mostra il bianco sporco del bulbo. Borbotta qualcosa nella sua lingua, e io comincio a preoccuparmi, perché il suo viso rugoso si è fatto quasi spaventato.
“Allora, che vedi?”
Ma la zingara, tirandomi dietro le 5.000 lire, mi fa capire che devo lasciare la sua sudicia tenda.
30 ottobre
Chiudersi un dito nella cassaforte è un classico “incidente sul lavoro” per chi svolge la mia professione. Ma a me non capiterà più: da ormai un anno ero impiegata in un ufficio di cambio nel centro della mia città, a cui ero approdata dopo essermi brillantemente laureata e aver tentato senza successo di intraprendere la carriera universitaria. Purtroppo, in concomitanza con questo antipatico incidente, ho perso anche il lavoro. Solo una coincidenza, naturalmente. Sebbene da qualche tempo mi vedessero “demotivata” (leggi: svogliata), “lenta” (assonnata) e “assente” (un po' di depressione capita a tutti), la scusa è stata che il lavoro è sensibilmente calato a causa degli attentati terroristici in America, e che calerà ancora con il prossimo avvento dell'euro. Arrivederci e grazie.
Così, di un anno di impegno e di “farsi il culo” non mi resta che un dito terribilmente pesto e, spero, una buona liquidazione che mi permetta di tirare avanti finché non trovo un altro impiego. La ferita, proprio sotto l'unghia, è nerastra, gonfia e dolorosissima, tanto che devo ricorrere a frequenti punture di Voltaren per sopportare il dolore. Da qualunque parte lo si osservi, il mio povero pollice sembra sul punto di scoppiare, e dal secondo giorno il sangue raffermo sotto la pelle ha cominciato a mandare un singolare odore di marcio. Ovviamente, lo si sente solo portando il dito molto vicino al naso, cosa che io ogni tanto mi ritrovo a fare quasi soprappensiero.
Manuel, il ragazzo con cui convivo ormai da qualche mese, un bel siciliano di Messina che si occupa di informatica, vuole che vada dal dottore, ma io penso che ho cose più importanti di cui occuparmi. Come, ad esempio, cercarmi un altro lavoro? Anche, ma soprattutto organizzarmi per ridipingere quello che è ormai lo studio di Manuel, una stanza piccolissima, stipata di computer, cavi, dischetti, cd, libri e riviste monotematici (informatica, informatica, informatica…). Le mura, di un bianco sporco, sembrano implorare una riverniciatina, e perfino il poster di Brandon Lee non vede l'ora di essere staccato. A proposito di corvi, domani è Halloween.
***
Non c'è Halloween senza zucche. Sarà una festa “importata”, ma a me e Manuel piace e così decidiamo di decorare la nostra tana con qualche zucca maligna. Peccato che sento già che toccherà a me scavare la polpa arancione di queste due bestione che tengo sotto le braccia, una per parte per non sbilanciarmi. Salgo le scale col fiatone. “Sarai mica incinta!” mi ha chiesto solo due giorni fa mia madre. “Sei pallida e gonfia.” In effetti ho un po' di ritardo.
Manuel deve assolutamente finire un lavoro prima del 31, per cui sta da giorni chiuso nel suo studio, con lo schermo pieno di pipistrelli, fuochi fatui, demoni e ammiccanti streghe seminude. Figurati se si scomoda per accoltellare due zucche! Ma con le armi da taglio me la sono sempre cavata. Così, nonostante il dito destro che pulsa come un pazzo - e che non accenna a guarire - subito dopo cena afferro la lama che sta sull'acquaio e comincio ad incidere la polpa delle mie vittime vegetali.
Mi diverto a pensare che in questo tempo propizio dell'anno potrei fingere che quelle zucche incarnino qualche persona a me poco gradita… il mio ex – boss, ad esempio. Certo, se fossi una strega, potrei fare una specie di rito voodoo sul quel bastardo rompicazzi. Ma, ahimè, capisco subito di essere una strega male in arnese: le mie sono proprie zucche dure, e mentre premo contro la loro buccia coriacea, il dito malato protesta, la ferita morde, e lo strano odore che sembra emanare proprio dal mio dito mi dà quasi la nausea. Mentre una strana pesantezza alle palpebre mi coglie impreparata, decido all'improvviso, e con una certa rabbia di fondo, di mollare e andarmene a letto. Forse domattina starò meglio e potrò nuovamente affrontare queste due bestie.
Manuel: una striscia di luce filtra attraverso la porta socchiusa. La tastiera ticchetta. Io ci vedo strano, gli occhi quasi mi si incrociano, non so più se di stanchezza o per il dolore che dal dito si sta propagando a tutta la mano.
“Hai già straziato le zucche?” mi chiede la sua voce.
Ma io tiro dritto lungo il corridoio buio, e non rispondo.
31 ottobre
Il primo raggio di sole che mi solletica le palpebre mi fa pensare che il bello di aver perso il lavoro è che non devo saltare immediatamente in piedi. Ma la luce che inonda la camera è decisamente troppa per permettermi di indugiare ancora a lungo tra le braccia di Morfeo. Stanca com'ero, ieri sera devo essere andata a dormire senza chiudere le imposte. Neanche Manuel l'ha fatto, forse per paura di svegliarmi. O forse perché, conoscendolo, è rimasto a lavorare tutta la notte, e ora sarà stravaccato scomposto sul divanetto del suo studio. Come farsi venire un torcicollo sicuro!
Mi alzo lentamente. E noto che, oltre tutto, sono andata a letto perfino vestita. Ma cosa sono queste macchie? Sangue?!? Ah, cielo, devono essermi venute come al solito: di notte ed abbondanti. Ancora intontita, barcollo verso la cucina. Mi accorgo solo ora che il dito mi fa male da morire, ed ancora più nero, gonfio e, mi pare, puzzolente. Sicuramente, tra le cose che non ho fatto ieri sera, c'è anche la mia quotidiana iniezione di Voltaren. E la cucina? Sarà tutta da pulire! Sbuffo, e decido di svegliare prima Manuel. Magari mi aiuta…
***
Varco la porta rimasta socchiusa, e c'è qualcosa che non mi quadra. Tutte le mie prime sensazioni mi lasciano perplessa, ciò che vedo così come l'odore dolciastro e pesante che aleggia nello studio, ma faccio fatica a capire perché. Poi, pian piano, il mio cervello comincia a svegliarsi. Lo stereo, acceso a bassissimo volume, sta suonando una violenta musica metal, che fa da perfetto sottofondo all'inferno che regna in questa stanza. È tutto rovesciato. Tutto spaccato, tranne lo stereo e il computer, bloccato su un'immagine demoniaca e beffarda. E lo schermo è schizzato di materia vischiosa che sembra sangue e… non oso pensarlo. Registro solo che qualcuno durante la notte ha ridipinto a spruzzo le pareti, sì, di un ignobile rosso carminio. Mi porto la mano alla bocca, ed è insolitamente appiccicosa e puzza di ferro. Cerco Manuel, ma non lo vedo, o meglio, capisco all'improvviso, non lo vedo intero, perché parti di lui sono sparse ovunque per la stanza. Giro di nuovo lo sguardo intorno sempre più a disagio, e quando mi guardo addosso, so all'improvviso che quello che m'imbratta non è il mio sangue. E solo allora urlo.
***
Esco. Ho addosso solo il mio pesante giaccone nero, anche se adesso non fa tanto freddo, e una faccia sicuramente stravolta. Sento ancora il puzzo del sangue, eppure mi sono lavata. Il dito pulsa, mentre stringo le chiavi della macchina. So che devo scappare. E non credo di essere stata io. E non capisco se sono stata io.
Dove posso andare, con così poco?
Mi fermo in un bar che vedevo sempre quando andavo a lavorare. Ora come ora, ha un aspetto familiare che mi rincuora. Mi siedo più lontana possibile dall'entrata, mi arruffo i capelli sul viso per non farmi riconoscere. Il mio dito è sempre più nero e sempre più gonfio, e allora io lo involto ben bene in un fazzolettino di carta, come se fosse una bocca che urla troppo, e che io voglio far tacere, un cadavere da nascondere, un marchio bestiale, non prima, però, di averlo morbosamente annusato ed essermi accertato che l'odore di morte lo compenetra ancora.
“Un caffè!” ordino con voce alterata.
E in quel mentre entra Marù. Come mai passi giornate intere senza incontrare un'anima, e nei momenti meno indicati, invece, hai tutti tra i piedi? Non faccio in tempo a nascondermi.
“Ciao!” mi fa. “E' a casa il tuo uomo?”
Annuisco. E arrossisco, anche se non sto dicendo una bugia. Dove altro potrebbe essere Manuel, nel suo stato?
“Sto andando a lavoro,” dico senza motivo. In più, è pure una bugia. Questa sì che lo è.
“Ti vedo bella stravolta. Lavori troppo o… lavori troppo con lui???”
Marù ha un pessimo e poco indicato senso dell'umorismo.
“Manuel lavora troppo,” sottolineo, sorpresa di poter parlare così normalmente di lui. “Per te.”
“Lo spero! Ho assolutamente bisogno di quella pagina per oggi. Allora, vado a suonargli il campanello.”
No! No! No! Non puoi, non si può! E invece calma rispondo:
“Certo, come no.”
Marù esce dal bar senza neanche avermi offerto il caffè. Cafone. Il dito pulsa senza requie. Così come la mia testa. E io vorrei tanto dormire. Una zucca di Halloween mi occhieggia dal bancone. Le mie sarebbero venute certamente più carine, se avessi potuto finirle.
***
Mi ritrovo a vagare sotto casa. C'è un'inquietante tranquillità attorno, mentre io mi aspettavo polizia e nugoli di malsani curiosi. Penso che potrei dormire dentro la macchina in garage. Oppure. Oppure rientrare là dentro. Chiamare qualcuno? Non se ne parla. Non crederebbero che non sono stata io. Mi arresterebbero. E io ho cose più importanti da fare che finire il resto dei miei giorni in prigione. I miei passi non fanno rumore mentre salgo le scale. Certo, cose più importanti, non c'è dubbio. La porta di casa mia è aperta. Possibile che l'abbia lasciata così quando sono scappata via?
“C'è nessuno?” chiedo, come se non stessi entrando in un'abitazione altrui.
Un rumore soffocato mi porta verso la stanza di Manuel, ormai ammorbata dal puzzo del sangue e della morte (lo stesso del mio pollice?). Lì per terra, accucciato come un cane, c'è Marù che frigna. Poi mi vede.
“Ma che è?” biascica. “La porta… era aperta. Oddio, è un incubo!”
La stessa cosa che devo aver pensato anch'io quando ho visto questo macello. Prima che la testa mi diventasse così leggera e distante. Mi appoggio allo stipite della porta faccio per chinarmi su Marù, in un gesto di pietà, anche se, per correttezza, dovrebbe essere lui a consolare me. Ma mentre tendo la mano, il dito comincia a battere e a tirare. Una scarica di dolore mi sale fino alla testa.
***
Mi sollevo boccheggiando dal cuscino. Oddio, penso subito, tenendomi il cuore che martella con una mano, è stato solo un sogno! Maledizione a me, ultimamente sono diventata troppo impressionabile. Tutta questa storia di Halloween deve avermi condizionato. Mi guardo addosso, ma non vedo la minima macchia di sangue. Però non mi sembra di essere vestita come ricordavo…
Mi farei un caffè, se la sola idea non mi desse la nausea. Devo trovare qualcosa da mettere nello stomaco, qualcosa che ci resti. La porta dello studio è accostata. Un brivido umido mi corre lungo la schiena. Ma so che Manuel è lì dentro. Lo so perché tutto il resto è stato solo un sogno, no? Un incubo. Perciò vado in cucina senza controllare. Il puzzo di verdura marcia è impressionante. Le mie povere zucche destinate a miglior vita giacciono mezze disfatte sul tavolo. Possibile che una sola notte sia bastata a ridurle così? Vorrei fare pulito, ma mi fa schifo. E il dolore al dito, anche se me ne accorgo solo ora, acuisce il mio senso di malessere. Lo guardo, lo annuso, e sento la lingua farsi rigida dal disgusto.
Mi verso un bicchiere di latte e mi decido ad entrare in quella maledetta stanza. Prima busso, però.
“Mà? Sei sveglio?”
Mi risponde il ronzio del computer e, oddio, una musica metal messa a basso volume. Ficco la testa dentro, in pochi centimetri di spiraglio. La stanza è vuota. Vi regnano il caos di sempre, Brandon Lee e il computer acceso, con il solito Satana ghignante che buca lo schermo. Manuel ha una collezione di queste chicche nel suo hard-disk.
“Mà? Ci sei?”
Sarà già uscito?
Mi faccio coraggio e varco la soglia, solo per accertarmi che Manuel non c'è. Già, Manuel non c'è. Ma è Marù quello inchiodato all'armadio dietro la porta, orrendamente sfigurato e con una sciarpa troppo stretta legata intorno al collo.
La mia sciarpa.
***
Così sono di nuovo fuori, col mio giaccone lungo, le chiavi della macchina e il mio zainetto con pochi spiccioli, come se stesi solo uscendo di fretta per andare a lavorare. Non mi chiedo dove sia Manuel, cosa sia successo a casa mia, se stia sognando o no. Non ho paura. È come se stessi fluttuando da qualche parte tra me stessa e la realtà, e l'unico legame che ho con quest'ultima è il mio pollice che pulsa, brucia e morde da impazzire. Il suo odore marcio mi segue ovunque, come un memento della sua presenza. Lo guardo. È nero, gonfio e ghignante.
Mentre salgo con gesti nervosi in macchina, un bambino pestifero mi suona dietro con una trombetta e grida "Strega!"
Ricordandomi che è Halloween. Il mio dito è già pronto, penso. E con sforzo giro la chiave di accensione della mia carriola.
***
Odio guidare nel traffico, anche oggi che non ho nessuna meta da raggiungere. Odio guidare adesso con queste tre dita di pioggia che mi costringono comunque ad accendere le spazzole, e a farle rigare contro il vetro. E con questo dito agonizzante, mettere il cambio è una tortura!!! Ma se devo essere sincera, quello che più mi fa rabbia è la mia testa vuota, che non riesce a concentrarsi su quello che ho visto… che ho fatto…
Tutto quel sangue! Può lasciarmi indifferente?
L'automobile di fronte a me inchioda all'improvviso, e io non faccio in tempo a frenare. Ci tocchiamo muso-sedere piuttosto pesantemente, e dopo un attimo il pilota della domenica davanti a me è già fuori dal suo abitacolo. Scendo anch'io, con l'intenzione di dileguarmi, ma lui mi è già davanti, e mi blocca la strada.
“Guidi ad occhi chiusi?” inveisce.
“Freni con il culo?” rispondo.
E lui si mette a ridere.
“Mannaggia, non ti avevo riconosciuto!!!” mi fa, cambiando tono.
Ma chi è? Ora che lo guardo bene, mi accorgo che anche per me non è un perfetto sconosciuto, solo che in questo preciso momento il suo nome mi sfugge. Mi sorride, con quell'espressione come per dire “ehi, sono io!”. Mi accorgo che per la botta adesso il dito mi fa male il triplo. Almeno cascasse! E l'odore! Anche gli altri possono sentirlo?
E poi il nome del tipo fa capolino all'improvviso nella mia memoria.
Val… Val… Val…
“Valerio…” mormoro tra me e me.
“Val Valzer!” conferma lui, tentando un abbraccio.
Ora ricordo. Una amico di Manuel, un musicista rock da taverna, che suona ogni tanto con questo suo nome assurdo stampato a caratteri cubitali sulla sua sdrucita t-shirt nera. Di lui mi piace solo l'orecchino a forma di mano scheletrica. Lo mette sempre, non è solo un omaggio alla festa delle streghe.
Ci togliamo di mezzo, che già la coda dietro di noi strombazza. Gli mostro il mio dito martoriato, non so perché, forse perché fa un po' pendant con il suo orecchino, e lui impallidisce.
“Le ferite mi fanno sempre una certa impressione,” mi dice.
Che uomo!
Alla fine di un breve scambio di battute mi propone di offrirgli un caffè nella mia accogliente tana.
“Me lo devi,” fa. “E' il minimo, dopo avermi tamponato.”
Dentro di me qualcosa si pietrifica e grida no! Ma la mia bocca si stira in un sorriso, mentre dico:
“Certo, come no?”
E dopo 15 minuti buoni di traffico, siamo entrambi sotto casa mia.
“Manuel è in casa?” mi chiede Val.
“N… no, non so. Non c'era quando sono uscita.”
“Toh, guarda, la porta di casa tua è aperta!”
Il cuore mi batte all'impazzata, ma mai quanto il dito.
“E' una vostra abitudine?” mi chiede, indicando la porta socchiusa. Ha la faccia un po' contrariata, mentre mi passa cavallerescamente avanti, e varca per primo la soglia.
“Ohilà, gente!”
Ma chi vuoi che entri a scassinare casa mia? Ci diamo un'occhiata intorno per accertarci che non ci sia nessuno. A questo punto penso che potrei anche svegliarmi e farla finita con questo stupido incubo. Sono così tesa che sono prossima ad andare in frantumi.
“Forse è il boss là dentro che l'ha lasciata aperta,” suggerisce Valerio, rivolto alla stanza di Manuel.
Accidenti a quando ho tolto quel bel cartello NO ENTRY. Valerio bussa veloce ed entra senza aspettare un cenno di vita. E, naturalmente, Marù, o quello che resta di lui, è lì dietro ad aspettarlo. E, naturalmente, prima che Valerio urli, io gli salto addosso.
31 ottobre, la sera
Una scampanellata autoritaria mi riporta alla coscienza. Quante volte hanno già suonato? La mia testa rimbomba di quel trillo odioso. Mi alzo con le ossa rotte e il pollice che sembra ormai sul punto di marcire sull'osso, con questo odore che mi segue come uno spettro anche nel sonno.
Guardo distrattamente l'orologio, che segna le 10.10 del 31 ottobre. Il ricordo dei miei incubi è ancora palpabile dentro di me. Forse è questo scombussolamento ormonale. Forse è il dito. Ancora il campanello. Ma che succede? Manuel potrebbe anche aprire, santocielo! Barcollo lungo il corridoio, inciampando nelle mie stesse ciabatte, e mentre passo davanti alla sua stanza, non posso non notare la gamba che spunta dalla porta. Il mio cuore si ferma. Riconosco immediatamente l'anfibio, riconosco immediatamente il jeans stinto. Val Valzer.
Lascio che il campanello dia fiato a tutti i suoi polmoni, inciampo e barcollo carponi fino a quel corpo senza vita, completamente maciullato dalla vita in su. È caduto bocconi, come se fosse stato aggredito alle spalle. Alzo gli occhi, ma non c'è nessuno, né vivo, né morto, dietro la porta. Marù ha raggiunto Manuel? E se sì, dove?
Mi piego sullo stomaco, mentre lo schifo e il dolore fisico mi assalgono. Come può essere un incubo? Come può essere la realtà? E quando mi rialzo, mi accorgo che sono sì le 10 e qualcosa ormai, ma le 10 e qualcosa di sera. Da dietro le finestre, dal buio della notte, due ombre mi fissano. Se sforzo gli occhi, so che riconoscerò Marù e Manuel, o quello che resta di loro. E Val li sta raggiungendo. Verranno a prendermi? Non posso andare con loro. Io ho di meglio da fare. Ho molto di meglio da fare.
***
Mi tengono qui in questa stanza, e mi parlano. A volte alzano la voce, perché vogliono che io confessi, e mi suggeriscono le parole. Io tengo lo sguardo fisso sul mio dito marcio, puzzolente e dolorante, che non hanno neanche voluto medicare. Rivoli di sangue e pus lo incrostano, ormai, ma non mi fa più schifo. Anzi, mi aiuta a non ascoltare le loro voci.
Dicono che li ho uccisi io, Manuel, Marù, Val. Li ho uccisi perché loro mi facevano del male. Mi hanno fatto così tanto male da farmi impazzire, ho perso il controllo e li ho ammazzati. Ma loro sanno bene quanto me che non è vero. Quindi non parlo.
E loro allora insistono col Demonio, e sui miei tre “amici” che trafficavano con le sette, e violentavano e picchiavano le donne, e le usavano nei loro riti. Ma io non parlo. Non li ascolto. Ho di meglio da fare. Ad esempio, ogni tanto, tenere d'occhio i tre volti pallidi che mi fissano attraverso il vetro, gli occhi pesti e le guance scavate come quelle di un malato, come quelle di un morto. Proprio ora uno dei tre volti, quello che mi amava, si è portato delicatamente il dito indice alle labbra, con un mezzo sorriso, quasi a cementare il mio silenzio. Poi tutti insieme sono scomparsi nel nulla.