I mutanti arriveranno alle nostre porte domani

 

I mutanti arriveranno alle nostre porte domani. I radar hanno rilevato la loro posizione a 20 km dalla prima cerchia delle mura. Calcolando con un margine d’errore approssimativo la loro possibilità di spostarsi attraverso il deserto, li vedremo spuntare con l’alba all’orizzonte, come gli angeli della morte.
La giovane yuka che ho adottato ha gli occhi allarmati, e il volto disfatto. Come molte zingare del deserto, è stata una breeder, poco più di un utero usato per impiantarvi i semi di queste creature che noi chiamiamo mutanti. Cinque, massimo dieci figli (per quelle più resistenti), e poi diventano derelitte di strada, cavie da laboratorio per altri esperimenti, oppure qualcuno le adotta, e in casa svolgono ottimamente le faccende. Per motivi pratici, non hanno più la lingua. I capelli intrecciati di fitti campanellini annunciano i loro movimenti, la loro presenza, e a volte anche le loro opinioni.
- Se vuoi, puoi andartene, - le dico.
La giovane yuka mi guarda e scuota la testa rassegnata. Pensi possa salvarmi nel deserto, adesso?
Magari tra quell’orda di mutanti c’è qualcuno dei suoi “figli”.
Mi chiesi che cosa avrebbero fatto appena fossero giunti in città. Perché non c’era dubbio che ci sarebbero giunti. Oh sì, il nostro esercito, la parte più anziana, più sparuta e più debole di quello che era stato una volta l’Esercito, prima che avvenisse la scissione, avrebbe potuto buttare le ultime bombe a reazione sul deserto. Ma in realtà tutti sapevamo di aver già perso. Saremmo riusciti ad eliminare il 10% delle loro truppe, il resto si sarebbe rigenerato, e avrebbe continuato la sua marcia. Non era per quello che li avevamo creati? Per mutare e rigenerarsi? Non c’è che dire: ci eravamo riusciti ottimamente.

Era stato un patologo militare, avevo partecipato attivamente al progetto dei mutanti. Creature di laboratorio, frutto di una ricercatissima tecnologia genetica che permetteva loro un’altissima resistenza al dolore e una ottima capacità di rigenerarsi (a scapito di una scarsissima reazione emotiva ed intellettiva). Era per le battaglie più cruente che erano stati studiati, dove le loro mutilazioni potevano essere rimpiazzate con arti di cadaveri ad una velocità impensabile, la loro fame placata con pochi bocconi di cibo anche avariato e la somministrazione di alcune droghe anoressizanti, mentre potevano essere trasportati o fatti alloggiare in cassoni di alluminio. Erano praticamente perfetti.
Ma dopo qualche tempo qualcuno obbiettò che, nonostante fossero solo creature di laboratorio, erano troppo umani. Vi assicuro, ne passarono fra le mie mani, e tutto sembravano meno che esseri umani: pezzi di carne, forse, tenuti insieme dal potere della scienza. Ma alcuni avevano ancora un volto. Qualcuno si ricordava, o aveva avuto voce, di come erano usciti da un grembo umano (strano che nessuno avesse dimostrato pietà per quegli uteri schiavi che li partorivano), come dei bambini veri.
Il Governo affermò che era colpa del nemico. Il nemico diffondeva voci mendaci per screditare la nostra arma migliore, mentre il suo esercito continuava a contare solo su forze umane fin troppo mortali. Forse il Governo aveva ragione, forse aveva ragione il Nemico, ma mentre i nostri uteri schiavi continuavano a produrre mutanti, sempre più mutanti, quasi più mutanti di quanto le nostre donne partorissero figli, alcuni cittadini cominciarono a condividere il presunto pensiero del nemico.

La giovane yuka mi porta un po’ della frutta secca rimasta, e dei biscotti. Anche io avevo una moglie. E avevo dei figli. Due ebbi la fortuna di vederli morire molto piccoli. Prima che scoppiasse questo inferno. E li potei seppellire. E sono sicuro che sono ancora là, morti, sotto terra. Mia moglie e il mio ultimo figlio, invece, sono scomparsi nel tumulto della guerra. E questo genera sempre in me una certa inquietudine. Specialmente quando di notte non riesco a dormire.

Il Governo e l’Esercito entrarono presto in conflitto. Le pressioni, dall’interno e dall’esterno, divennero enormi. E mentre i signori della guerra volevano cominciare gestire autonomamente la questione degli schiavi mutanti, a costo di affrontare il dissenso popolare, il Governo decise di porre un freno. Molti giovani studenti, presto affiancati da altri tipi di dissidenti di varia estrazione sociale, misero in piedi una vera e propria opposizione politica, ma non avevano mezzi per difendersi, perché alle loro schermaglie l’Esercito poteva sempre opporre squadroni di mutanti. Al di là dei nostri confini, le guerre perduravano, inasprite dai nuovi interessi in gioco. Non c’era dubbio che le nostre potenze militari, grazie alle avanzatissime ricerche genetiche, ci avrebbero garantito sulla carta ogni vittoria. Ma se per qualche misterioso gioco di correnti il destino si fosse comunque girato contro di noi, chi avesse conquistato il potere ci avrebbe strappato anche la sicurezza della nostra tecnologia.
Quando il Governo cadde, la guerra intestina fu inevitabile.

Uno sparuto gruppo di deboli cittadini asserragliati in una fortezza in mezzo al deserto. Ecco quello che siamo. Superstiti di una guerra che abbiamo aiutato col nostro silenzio. Convinti che qualcun altro avrebbe pensato a noi. Per noi. Guardo fuori dalla finestra. E’ notte. Una notte fredda e luminosa. Stranamente pacifica. Nessuno vuole più scappare, anche se la morte è probabilmente vicina. Dove altro andare? Quale altro valore difendere?
Ho visto un corpo mutante, dilaniato da una bomba, fagocitare letteralmente gli arti di un altro cadavere: braccia, gambe, pezzi di pelle che si saldavano grazie ad un’energia miracolosa più forte della vita e della morte stessa. Il frutto della nostra tecnologia era sotto i miei occhi, io stesso ci avevo lavorato, eppure per un attimo mi sembrò più stregoneria che scienza.
Ho molta sete. Ma l’acqua è già stata razionata da svariati giorni. Metto in bocca una pietruzza liscia per mantenere la bocca umida. Quando saremo morti, forse, diventeremo anche noi carne di scorta per i mutanti. Ma una volta che noi saremo morti, loro contro chi dovranno più combattere?

Il nostro golpe militare non spaventò i dissidenti, e non spaventò i nostri nemici, che in quella confusione trovarono il modo di unirsi sotto un comune ideale. Ora i nuovi oratori avevano anche un braccio armato. Sempre più debole del nostro, ma agguerrito, infervorato.
Sotto l’egemonia militare gli studi sui mutanti proseguivano a ritmo forsennato. Ricordo le notti passate in laboratorio, a portare avanti gli esperimenti che ci venivano prescritti. I mutanti erano degli zombie perfettamente autorigenerantesi, bastava dare loro la materia prima. Ma dovevano essere guidati come bambini, come creature ritardate, e non avevano praticamente sentimenti. I nostri nuovi progetti prevedevano di sopperire a queste carenze, dotando le creature di una gamma di capacità acquisitive, di intelligenza tattica, di una discreta dose di violenza animale e di istinto di sopravvivenza, allo stesso tempo nutrendo in loro un felice ventaglio di sentimenti quali odio, vendetta, fedeltà (verso chi li comandava), cameratismo (verso i propri compagni).
I risultati dei nostri esperimenti in proposito erano sporadici. Il bambino-mutante di partenza sembrava a logica essere quello su cui dovevamo maggiormente intervenire, ma in qualche modo questo schema così razionale sembrò vacillare.
Ben presto ci accorgemmo che l’esercito aveva utilizzato anche cadaveri nemici per risanare i nostri mutanti, e proprio quelli sembravano avere reazioni diverse ai nostri stimoli emotivi. Era mai possibile che certe forme di pensiero e di emozioni potessero passare attraverso i nervi alla carne, e soprattutto che vi potessero permanere una volta cessata ogni attività cerebrale? Cominciammo a concentrare i nostri studi su questi aspetti. Ma uno strana forma di morbo già si diffondeva tra i mutanti. Molto più velocemente di quanto noi potessimo studiarne i risultati.

Non riesco a dormire. La giovane yuka ha tentato di rimanere sveglia con me, poi ha ceduto, addormentandosi su una sedia con le braccia morte lungo il corpo, la testa rovesciata all’indietro e la bocca spalancata. A malapena mi accorgo che respira. E’ di una strana bellezza. Selvatica. Scura. Le nostre donne sono tutte chiare di capelli, signorili, raffinate. Poche sono sopravvissute. La strategia feroce del nostro nemico è stata quella di sterminare più donne fertili possibile. Hanno ucciso il nostro futuro. La nostra possibilità di riprodurci. Un gesto di una crudeltà e di una furbizia uniche. Cerco di immaginare come sarà affrontare faccia a faccia l’orda dei mostri che anche io, nel mio piccolo, ho contribuito a creare. Sono stato abbastanza tenace, lo devo ammettere. Ho abbandonato il progetto solo quando, scomparsi mia moglie e mio figlio e caduto definitivamente anche il nostro Esercito, non aveva più alcun senso restare al proprio posto.

Mentre la Scienza continuava a lavorare per la causa sbagliata, ci giunse voce che i ribelli miravano a portare tra le loro fila anche dei mutanti. Se non potevano crearne di loro, allora avrebbero avuto i nostri. Il morbo che li aveva resi più sensibili, più “intelligenti”, e meno manovrabili, fece il gioco del nemico. E anche il nostro Esercito cominciò a collassare.
Più mutanti passavano all’altra sponda, più fratelli chiamavano alla loro causa. Per reagire allo sfruttamento di una classe dominante che li vedeva solo come carne da macello. Perché volevano assurgere ad una loro dignità. E in questo cambiamento di rotta, tutti i cittadini che avevano fino ad allora supportato l’Esercito, si videro minacciati da quelle stesse creature che dovevano difenderli, e cominciarono a ribellarsi. Fu allora che scoppiò l’anarchia generale. I nemici, ormai forti di una presenza massiccia di mutanti, marciarono sulla nostra capitale, accendendo una battaglia che non aveva più confini netti.
Una piccola parte dell’Esercito, composta da vecchi ufficiali, raccolse poche risorse, e guidò alcuni dei superstiti verso questa vecchia roccaforte nel deserto. Potevamo in qualche modo sopravvivere. Volevamo in qualche modo sopravvivere. Nonostante le pessimistiche notizie che ci giungevano dalla capitale. Il nemico stava vincendo. L’unica speranza era che si accontentasse di quella vittoria.

Si dice che quando l’uomo è prossimo alla fine, sia capace di fronteggiare tutte le sue paure. Non lascio eredi, non lascio colpe da far scontare ad altri. Il mio solo terrore è che tra quei corpi martoriati, e riutilizzati per far vivere i mutanti, possano esserci quelli di mia moglie, persa tra i tumulti dell’ultima battaglia, e di mio figlio, sparito in una notte qualunque prima dello scoppio della crisi. Sì, su mio figlio mi sono giunte strane voci. Che fosse passato tra le file dei ribelli. Ma sono suo padre. So che non l’ha fatto.

Alla fine devo essermi addormentato anche io. Non so come. Mi risveglio su una poltrona ed è l’alba. Mi risveglio al rumore concitato che arriva da fuori. Non ho bisogno di troppo tempo per capire che i mutanti sono arrivati. La giovane yuka è sveglia da prima di me, ancora seduta sulla sedia. Paralizzata dal terrore. Mi guarda. Le sue pupille sembrano quasi tremare per quanto sono dilatate. Io invece sono tranquillo. Il sonno ha ucciso le mie speranze in modo sereno. Adesso penso di poter fronteggiare qualsiasi cosa accadrà. Ma lei deve alzarsi di lì. Lei è giovane. Lei forse ricorda ancora qualcosa del deserto, anche se ve l’hanno strappata da piccola. Forse lei può sopravvivere. Lei, come se fosse la mia unica figlia rimasta. Non le ho neanche mai dato un nome. Forse non l’ho trattata meglio di chi ha solo usato il suo utero. Non l’ho mai resa una persona.

- Alzati! – le urlo. Lei urla di rimando.
- Alzati! - La strattono, e poi afferro una coperta, ci getto tutti gli avanzi di cibo rimasto, le metto in mano quel fagotto, mentre lei fa resistenza, punta i piedi come se volesse restare lì con me. O forse pensa che la stia dando in pasto ai mutanti.
Il clamore fuori aumenta. E lei non deve andare da quella parte. Con quegli umani che cadranno tra le grinfie dei loro “figli”. Dal retro, verso il deserto, lontano da noi! Giovane yuka senza nome, lascio che qualcosa del tuo istinto ti guidi attraverso quella terra che era tua. Fuggi lontano da noi!
Le chiudo la porta in faccia. Per non vedere quel principio di lacrime (certamente lacrime di sconforto, non di affetto) che le brilla tra le ciglia. Poi mi affaccio alla finestra. La mia povera abitazione dà su una delle strade principali. Calca e polvere e urla. Devo scendere anche io tra i miei simili.

Qualcuno è armato. Altri, come me, hanno capito che le armi ormai sono inutili. Ritardare la morte non serve. Scendo così nell’abito che indosso ormai da giorni, a mani nude. Forse tutti pensano di fuggire, ma i mutanti sono là, davanti a noi, e ci aspettano. Hanno varcato le nostre mura. Ucciso quei pochi che hanno provato ad opporsi. Non vanno oltre, sanno che saremo noi ad andare da loro. Li vediamo da lontano, una massa compatta, come un unico organismo, l’odore forte dei loro corpi e delle loro ferite, e il gorgoglio incessante delle loro voci, come lupi, come bestie feroci.
Passo più avanti facendomi strada tra i miei concittadini che lasciano cadere a terra armi, fagotti, speranze. Sento all’improvviso il dovere di fronteggiare per primo quello che ho contribuito a creare. O forse voglio solo morire tra i primi, evitare lo strazio di vedere un’altra carneficina?
All’improvviso è silenzio. Solo il vento si muove, alzando la polvere, sibilando tra le case. Scruto tra i mutanti, attraverso la luce che mi abbaglia. Scorro con gli occhi sui visi anonimi, devastati, così umani eppure così distanti. Sono vestiti di vecchi uniformi, di stracci, alcuni sono praticamente nudi. Sono bambole vecchie. Usate. Sfruttate. Abusate. Che combattono per avere un’anima. Ma che da noi hanno imparato come combattere e vincere significhi solo la morte altrui. Nessun compromesso.
E loro vinceranno. Lo leggo nei loro corpi tesi, nelle mani strette a pugno. Vinceranno, sì. Ma poi moriranno. Perché non sanno cos’è la vita. Non sanno come crearla, se non accostando qualche cadavere. Loro non sanno.
Penso ai miei figli. E tra quei corpi vedo mio figlio. Sfregiato, ma quello è il suo viso. Applicato su un altro corpo, o su chissà quanti altri pezzi di corpi diversi. Mio figlio! Sporco di sangue, suo e non suo. Mio figlio. Un occhio quasi scalzato dall’orbita slabbrata. Mio figlio. Con un braccio troppo sottile perché si quello di un uomo, la mano recisa all’altezza del pollice. Mio figlio che ghigna con pochi denti scheggiati. I capelli strappati e impastati di polvere e sangue. Mio figlio, una volta carne della mia carne, sangue del mio sangue.
Nel silenzio irreale di questo ultimo giorno sento il mio flebile lamento. Cado in ginocchio. Forse sono io che do inizio a tutto. Li vedo correrci incontro. Ci sovrasteranno.

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