TESTA O CROCE

 

Sono giorni ormai che non mi parli. Che non rispondi alle mie incalzanti domande. Ti limiti a fissarmi con quella tua faccia da cazzo. Scusa se te lo dico solo ora, ma quando ti sottrai al dialogo e neghi le più lampanti evidenze assumi proprio una faccia da cazzo.

Ieri sera me ne sono andata sbattendo la porta, ricordi? Dopo ore passate a dirti che potevi confessare il tuo adulterio, che tanto sapevo tutto, tu ancora tacevi, chiuso nel tuo pervicace quanto altezzoso mutismo. Non ci ho visto più, e ti ho schiaffeggiato. Tu ovviamente hai incassato. Non potevo che andarmene, avevo bisogno d’aria. Anche perché ormai la stanza è satura di te. Della tua presenza. Quasi ne sono soggiogata.

Quando sono tornata mi sei parso quasi corrucciato, e ogni caso avevi il viso più spento, sciupato. Ho deciso di non affrontarti di nuovo. A cosa sarebbe servito? Mi son messa a guardare la TV senza degnarti più di un’occhiata. Ogni tanto ho di queste pulsioni, come di darti una punizione. So bene che non serve. Sei sempre stato una persona forte. Ti è sempre venuto naturale prevaricare il prossimo, ed essere indifferente al dolore degli altri, o alle loro reazioni. Non sai quanto mi sia costato, per tutto questo tempo, ingoiare la tua boria.

Tua mamma una volta mi disse: “Nulla lo cambierà, neanche la morte.”
Sì, pensavo, è vero. Poi però è stato semplice. Aspettare una crepa nella tua certezza, e poi decidere, con la semplicità di un testa o croce, di liberarmi di te. O meglio, di una parte di te. La tua testa da qualche giorno la tengo ancora qua sul tavolo di cucina. Lo vedi anche da te che ho pulito tutto, le mattonelle brillano come specchi, nessuno direbbe che in questa stanza si sia commesso un efferato omicidio (lo dico come lo direbbero al telegiornale). Mi sono liberata del tuo stupido corpo, ma la testa l’ho tenuta. Chissà che speravo. E invece da morto hai ancora quella faccia da cazzo che in certi momenti non ho mai sopportato.


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