Snow-White Suicide
Come entrai nel locale, il fumo mi riempì le narici e la musica cominciò a sbattermi addosso. Ma mi sentii come a casa: il Mirror, dove ogni sabato sera tornavo con la speranza di poterla finalmente avvicinare, la donna dei miei sogni, o forse dovrei dire dei miei incubi.
Era un mese che andavo lì ogni santo fine settimana, puntuale come un orologio svizzero, solo per guardarla, ascoltarla, sognarla ad occhi aperti, e ad aspettare che il suo sguardo si posasse su di me. I volantini ammucchiati all'ingresso annunciavano: SNOW WHITE SUICIDE IN CONCERTO. La mia lei era proprio Snow White, la front-woman e leader di questo gruppo gothic i cui componenti hanno ormai suscitato la morbosa curiosità di tutti. Infatti, a parte Snow White (di cui, quasi mi vergogno a dirlo, non conosco il nome vero), tutti gli altri membri mancano degli arti inferiori, amputati chissà quando, chissà per quale disgrazia, all'altezza dell'inguine. Per questo motivo sono chiamati con ironico spregio i nani. Disposti sul palco come accessori, sono sette tronchi umani dai volti indifferenti e freddi, e proprio a causa del loro handicap suonano i loro strumenti nelle posizioni e nei modi più bizzarri. Vogliate crederci o no, sono comunque dei musicisti divini.
Ero arrivato con il giusto anticipo, come sempre, e siccome ormai lo staff del locale mi aveva individuato come l'ossessionato di turno, tacitamente mi avevano riservato il solito tavolo di fronte al palco, dove la goduria per l'occhio e per l'orecchio è migliore. Ordinai il solito liquore dolce che mi sarebbe durato tutta la sera, e attesi il segnale che convenzionalmente preannuncia l'inizio del concerto: la musica registrata si spegne, le luci si abbassano e restano solo i faretti viola, di lato al palco. Il viola è il colore della penitenza e della sofferenza, temi predominanti nella musica degli Snow White Suicide. Seguono cinque minuti di buio totale, in cui a me sembrava sempre di annegare. Questo breve lasso di tempo serve agli assistenti per sistemare sul palco i musicisti e gli ultimi dettagli della scenografia, con una specie di magia che sembra nota solo a loro. Poi i faretti viola ricominciano a lampeggiare e la musica esplode. Tutto esatto come in un rito.
Anche il concerto di quella sera cominciò con una cover. E come ormai da tradizione, alla prima nota Snow White uscì dalla sua bara di cristallo, posta in verticale al centro del palco, avvolta in un estroso abito di foggia medievale, sicuramente ideato da lei. E io non potei fare a meno di chiedermi ancora per la centesima volta come si poteva non amarla. Era una bambola, una bambola di porcellana, dal pallore quasi cadaverico sotto quella luce violetta, la bocca rossa come una ferita fresca (quanto avrebbe resistito il suo rossetto assediato dai miei baci?), gli occhi due buchi profondi, a tratti lampeggianti, i capelli una massa nera che si gonfiava dietro le sue spalle, anche se quella sera aveva raccolto la chioma in un'intrigante coda di cavallo che le scopriva l'ovale perfetto del viso.
Non cantava, Snow White, si lamentava, urlava e si muoveva come in preda ad un'incontenibile angoscia. Il contrasto tra lei così viva e disperata e i suoi sette musicisti, efficienti ed essenziali come macchine, e quasi incuranti del loro truculento aspetto, era eclatante e allo stesso tempo grottesco.
Io ormai ero abituato a quella scena. Facilmente mi lasciavo trascinare solo da lei, ignorando il contorno, talvolta perfino la musica. Me la bevevo insieme al mio liquore dolce, immaginando che lei ogni tanto mi lanciasse un'occhiata. Ma in realtà anche quella volta, sull'ultima nota dell'ultima nota, Snow White si richiuse nel suo sarcofago trasparente senza avermi degnato del benché minimo interesse. Mi alzai, desideroso di raggiungere casa mia al più presto e poterla così sognare a mio piacimento, se così posso dire. Ritornare con i piedi per terra era sempre più dura. Avevo già un passo oltre la soglia quando il buttafuori mi fermò, parandomisi davanti con tutti i suoi 120 chili di carne.
“Aspetta. Come ti chiami?” Mi accesi una sigaretta, che dà sempre un tono di sicurezza e facendo attenzione a non buttargli il fumo in faccia, risposi:
“Prince Blueman.” “Ok, principe azzurro,” replicò l'orco con poco invitanti pacchine sulle spalle, “forse questa è la tua serata.”
Mi consegnò a due suoi simili i quali, senza proferire parola, mi scortarono verso il backstage, per me il regno divino di cui non avrei mai sperato di varcare la soglia. Continuavo a pensare ad uno scherzo, se non a qualcosa di peggio, e tentavo di tenere a bada le mie fantasie, finché non udii una voce femminile che mi impedii di contenere alcunché più a lungo.
Mi ritrovai così senza rendermene conto nel camerino di Snow White, solo faccia a faccia con lei. In realtà, lei mi guardava attraverso lo specchio per il trucco, indispensabile strumento nella vita di ogni star. Si era tolta parte del complicato abito che indossava in scena, ed era rimasta in una semplice tunica vinaccia, stretta al seno da un corpetto di pelle. E per mia somma gioia si era sciolta i capelli. L'emozione era troppa per pretendere che riuscissi anche a parlare. Mi limitai a guardarmi intorno con fare quasi indifferente, ma nella mia testa frullava una sola domanda: perchè sono qui?
Con un sorriso da bambina innocente che male si addiceva al suo corpo provocante da diva, alla fine Snow White ruppe il silenzio.
"Ci seguirai anche in tour?" mi chiese. La sua voce normale era più bassa e più roca di quello che mi ero immaginato sentendola cantare, ma non rimasi deluso. Snow White prese la spazzola da sopra il mobile e cominciò a spazzolarsi vigorosamente i capelli.
"Mica potevamo stare a suonare al Mirror per sempre, ti pare?" commentò.
Si fermò un attimo con l'aria di voler riflettere bene.
"Certo, spostarsi per i miei musicisti non sarà uno scherzo, ma anche mia madre è d'accordo sul fatto che dobbiamo correre il rischio se vogliamo veramente sfondare. Cioè, la mia matrigna."
Tornò a girarsi verso lo specchio e giù, colpi di spazzola.
"Mio padre era un impresario. Sposò la mia matrigna quando lei era la star di questo locale, un po' come me adesso. Mi sembra che allora il posto si chiamasse Holy Wood, o qualcosa del genere. Qualche anno dopo, lo hanno rilevato insieme, e alla morte di mio padre lei si è messa a dare la caccia a giovani promesse del rock. E' una brava... cacciatrice."
"Interessante," esordii, ormai troppo a disagio nel mio stupefatto mutismo. "Ma in realtà non mi sembra che abbia trovato poi molto, visto che qui canti solo tu."
Il sorriso e lo sguardo che mi lanciò erano a dir poco imbarazzanti, e io mi sentii come il bambino beccato a dire la più grossa delle idiozie.
"Oh, ne ha trovate di prede, ne ha trovate... "
La nostra brillante conversazione fu interrotta dall'ingresso improvviso di un'avvenente signora di circa 40-45 anni, fasciata in un'improbabile completo di pelle nera, in cui le sue forme mature facevano ancora la loro figura, e vistosamente truccata. Intuii immediatamente chi potesse essere, ma da cavaliere aspettai una conferma ufficiale.
"Il tuo ammiratore poco segreto!" esclamò la donna, rivolta a Snow White.
Mi dedicò immediatamente un sorriso a 32 denti che tuttavia non aveva nulla di cordiale. Poi si voltò verso lo specchio, a scrutare e raggiustare il suo aspetto già iper-curato, e io non potei fare a meno di notare il contrasto col viso fresco di Snow White.
"Questa è la mia..." mormorò Snow White.
"... mamma." concluse la donna, falsamente raggiante. "Piacere, sono Gertrude."
La figliastra aveva già chinato la testa, come in segno di resa. La sua vitalità, per quanto a tratti isterica, era praticamente scomparsa.
"Lei è veramente gentile e meraviglioso, ma se non le dispiace adesso dovrei pregarla di lasciarmi sola con mia figlia. Dobbiamo definire ancora tanti aspetti per questo tour imminente, e poi Snow White è stanca."
Il gesto di Gertrude di posare una mano sulla testa della figliastra poteva sembrare quasi affettuoso, ma a me non sfuggì la violenza repressa con la quale la mano inanellata della donna spinse la testa di Snow White più in basso, quasi per celare il suo volto alla mia vista.
"Prendi il tuo tonico, cara," aggiunse Gertrude, porgendo a Snow White un'anonima bottiglietta piena di un liquido scuro.
Mi allontanai dalla stanza con l'immagine di una Snow White domata, per non dire ipnotizzata, che beveva da brava bambina la medicina che la mamma le porgeva con un affetto che puzzava di falso lontano un miglio. Ma cosa avrei potuto fare in quel momento? Con quel dubbio che mi ronzava per la testa, ripercorsi da solo i corridoi del backstage, diretto all'uscita. All'improvviso, però, qualcosa sbucò alla mia sinistra, facendomi sobbalzare. Nel buio faticai a mettere a fuoco, ma poi capii che cos'era, o meglio, chi era: uno del gruppo, uno dei nani, che si muoveva veloce e silenzioso sulla sua sedia a rotelle. Mi parve di cogliere un ghigno sulla sua faccia scolpita, ma non mi fermai ad indagare. Avevo troppo bisogno d'aria.
La mattina seguente stavo dormendo oltre la mia solita ora, in preda ai sogni più strani ed ad una altrettanto strana spossatezza fisica, quando un campanello insistente mi costrinse a saltare giù dal letto. Quando aprii il pesante portone di casa mia, ancora intontito per il brusco risveglio, tutto mi aspettavo di trovarmi davanti tranne uno dei nani di Snow White. Non saprei dire se lo stesso della sera precedente o un altro: oltre che dalla loro vistosa menomazione, sembravano tutti accomunati anche nei tratti rigidi del viso. L'abbigliamento poi era per tutti e sette sempre di un nero rigoroso, anche off stage, notai.
L'uomo mi rivolse un sorriso in sghimbescio e si proiettò in avanti con tutta l'intenzione di penetrare in casa mia. Io lo feci passare, temendo l'effetto delle ruote della sua carrozzina sui miei piedi nudi.
Dopo essersi guardato un po' intorno, il nano andò a sistemarsi accanto al mobile bar, servendosi liberamente un bicchiere di scotch.
"Prince, ti chiami così, vero?"
Annuii, ancora stupefatto. In cambio ebbi un altro dei suoi macabri sorrisi.
"Sai chi mi manda, vero? Sono qui per un'ambasciata molto importante. Importante per te, credimi. Quindi apri bene le orecchie, e smettila di guardarmi come se fossi l'ottava meraviglia, o non arriveremo alla fine di questo discorso senza che tu non sia schiattato a terra dal ridere."
Beh, decisamente non ero solito essere appellato così di prima mattina. E a dir la verità non ero sicuro se fosse Snow White a mandarlo, il che mi avrebbe fatto un estremo piacere, o la sua matrigna, con mio sommo disgusto. Ma come saperlo, senza prima averlo ascoltato? Come sapere al servizio di chi questo relitto umano lavorava, se non lo lasciavo parlare? Aggiunsi personalmente altro scotch al suo bicchiere, un palese invito ad andare avanti con la sua ambasciata.
"Quello che sto per dirti ha dell'incredibile, forse, ma io sono uno degli esempi viventi che è assolutamente vero. Le persone cattive possono di tanto in tanto nella storia delle umane vicende acquisire poteri inimmaginabili, e imparare ad usarli bene, a proprio tornaconto e a discapito dei malcapitati che si trovano sul loro cammino. Getrude, la matura femme fatale che hai conosciuto ieri sera, è una di queste persone. Le fiabe direbbero che Gertrude è una strega malvagia e potentissima... se vuoi che parli semplice, posso anch'io adoperare questi termini. In realtà, non c'è una definizione precisa della sua natura, ma puoi giudicare tu stesso dalle sue azioni: io e gli altri ragazzi del gruppo siamo uno dei suoi, come dire, migliori risultati."
Lo guardai ingollarsi un altro sorso di scotch con una strana ansia che mi cresceva nello stomaco. Decisamente, non mi veniva alcuna voglia di rotolarmi a terra dal ridere. Perchè?
"La donna sposò il padre di Snow White solo per interesse, e fin qui niente di strano. La bellezza e la fama sono stati sempre i suoi unici scopi nella vita, si dice. Solo che per ottenerli non si è fatta mai scrupoli di alcun genere. Si vocifera che abbia ucciso il marito lentamente, con un veleno da lei preparato, appena cominciò a considerarlo un intralcio per il suo brillante futuro. Poi, quando Snow White crebbe e si rivelò, oltre che piena di talento, anche molto bella (su questo, nessun dubbio), Gertrude cominciò a nutrire un astio e una gelosia illimitati nei suoi confronti. Prima, per mantenersi su tutto al pari della figliastra, si mise a frequentare l'ambiente dell'occulto, dove trovò chi la consigliava di bere sangue umano, giovane e fresco, per mantenersi giovane e fresca pure lei, e ti assicuro che l'ha fatto. Poi, altri sacrifici di varia e truculenta natura le furono suggeriti come garanzia del suo successo personale e professionale. Infine, qualcosa nella sua testa cominciò a funzionare male, ma molto male. Chiamala pure follia. Decise che doveva vendicarsi di Snow White, torturandola nei modi più crudeli possibili, e contemporaneamente soggiogandola al suo volere tramite pozioni varie che lei stessa le somministra."
La faccia del nano stava diventando rossa per lo sforzo. Ebbi come l'impressione che non parlasse così tanto da anni. Chiuse gli occhi un attimo, poi riattaccò il suo monologo.
"Un modo crudele per ferire Snow White era di colpirla nei suoi affetti... colpire tutti gli uomini che l'amavano e la frequentavano, per esempio."
Tremai involontariamente.
"Sai chi sono io? Sai chi sono gli altri sei musicisti che la gente chiama senza rispetto "i sette nani"? Eravamo i suoi amanti. È solo per questo motivo che Gertrude ci ha mutilato così. Eravamo sette grandi uomini, e sette talentuosissimi musicisti, altro che nani! Ma abbiamo amato Snow White, alcuni di noi hanno perfino provato a salvarla. E questo è stato il risultato. Ora, amico, tutti noi abbiamo capito che tu sei nei nostri stessi panni di qualche anno fa. Ti piace la bambolina, e vorresti giocarci da solo. Ma è un gioco pericoloso. Pericoloso e caro. Ti invito a lasciar perdere e a cominciare a frequentare altri locali. Le bamboline a giro non mancano, e non tutte, fortunatamente, hanno alle spalle Gertrude. Non oso immaginare cosa potrebbe farti. Considera solo che... la band è al completo.
Non crediate che non ci pensai su. Ci pensai eccome. Infondo, cos'era era Snow White per me, a parte un bellissimo sogno? Il nano aveva lasciato casa mia (“A proposito, mi chiamano Sleepy,” erano state le sue ultime parole) senza che io avessi mosso un muscolo o proferito verbo. Per un attimo, avevo creduto ad una specie di visione dettata dalla stanchezza, ma poi il bicchiere con ancora un dito di scotch posato sul mio mobile bar mi aveva fatto cambiare idea.
E non mi chiesi tanto nemmeno se dovessi credere a quella storia della strega. Gente folle a giro ce n'è sempre stata tanta, comunque tu la voglia chiamare. E sicuramente Gertrude era una squinternata della miglio specie. Beh, per quanto mi riguardava, avrei potuto benissimo cominciare a frequentare un altro locale, cercarmi un'altra principessa da adorare e non rischiare così alcuno dei miei preziosi arti. Ma io sono sempre stato l'uomo delle cause perse, il difensore dei deboli, il patrono della giustizia… e fondamentalmente, non riuscivo a togliermi Snow White dalla testa. Tutto questo per dire che quella sera stessa parcheggiai di nuovo la mia moto di fronte al Mirror. Qualcosa avrei fatto.
La mia bella uscì dal sarcofago di cristallo stretta in una provocantissima tuta di latex nero, la faccia più pallida del solito e lo sguardo sbattuto. Da come si muoveva languida avvertii che c'era qualcosa di doppiamente strano nell'aria. Come se io avvertissi che lei avvertiva che quello era una sorta di canto del cigno. Perciò, prima che il concerto finisse, quando c'era ancora confusione nel locale, sgattaiolai nel backstage, con l'idea di cogliere Snow White di sorpresa, caricarla sulla mia moto e fuggire con lei. Ma fu qualcun altro a cogliere di sorpresa me: una mano armata mi colpì in testa con qualcosa di molto peso, e mi mandò a finire altrove i miei sogni romantici.
Non so quanto tempo dopo riaprii gli occhi. Ma nonostante il dolore lancinante alla testa, e la penombra in cui ero immerso, misi subito a fuoco chi avevo davanti. Snow White. Anche se mi dava le spalle, come avrei potuto non riconoscerla? Era meravigliosamente e completamente nuda, con giusto uno scialle semi trasparente intorno alle spalle a coprire un po' la sua pelle candida. Era in piedi davanti ad un enorme specchio dalla cornice antica, e mormorava tra le labbra una melodia.
Mi sollevai con sforzo dalla sedia su cui ero stato malamente gettato, e cercai di racimolare tutto il coraggio per andare ad abbracciarla. Lei non mi aveva sentito, o forse fingeva. Continuava a mormorare la sua canzone, di cui ora carpivo anche qualche parola:
Mirror, oh mirror of my desires
Please tell me I am the queen of beauty
The queen of passion fires
Tell me that what I see
Will be forever
Swear in blood and look at me.
Mentre allungavo la mia mano esitante verso la sua spalla candida, Snow White cominciò a voltarsi lentamente verso di me, e più i tratti del suo viso si manifestavano alla mia vista, più il sangue mi si gelava nelle vene, finché credetti che si fosse fermato per sempre. Perché la bellezza nuda e ammiccante che adesso mi stava davanti semplicemente non era Snow White, bensì una Gertrude diabolicamente più giovane, lo sguardo crudele e un po' folle, la mano armata di una lunga lama, che lei si stringeva al seno quasi con affetto. E mentre Getrude continuava a cantare quella allucinante canzoncina, vidi i tratti del suo volto allentarsi ed invecchiare sotto i miei occhi, il suo corpo gonfiarsi e perdere la freschezza giovanile, i seni abbassarsi. Di fronte al mio stupore, la donna gettò lontano il coltello.
“Per questo c'è tempo,” bisbigliò, tentando di cingermi con le braccia.
Io ero come ipnotizzato. Nonostante il ribrezzo che provavo alla sola idea di farmi toccare da quella creatura, non riuscii a reagire coerentemente, finché un forte rumore non ci distrasse entrambi, quasi risvegliandoci alla realtà.
E solo allora notai, sulla nostra sinistra, la “bara di vetro” di Snow White, e dentro qualcuno che si dibatteva e menava colpi sul coperchio. Spinsi lontano Gertrude che tentava di avvinghiarmi e mi precipitai sul sarcofago con un bruttissimo presentimento e maledicendo la scarsa luce. La bara accoglieva la sua proprietaria, ma stavolta non era una finzione da palcoscenico. Vidi il viso di Snow White sconvolto dalla paura e forse dal dolore, gli occhi spalancati, il corpo scosso dai singulti, mentre tentava di liberarsi dalla sua prigione. Provai immediatamente a sollevare il coperchio, ma niente, sembrava perfettamente sigillato.
“Pensi che sia così stupida da permettere che quella cassa si apra di nuovo?” urlò Gertrude, e si gettò su di me di nuovo armata del suo coltello.
Mi fu addosso col suo peso, e io caddi bocconi sul coperchio, riuscendo per un pelo a schivare la lama, che scalfì il vetro. L'impatto mi aveva fatto picchiare il naso, e ora sanguinavo copiosamente. Quasi eccitata dalla vista del mio sangue, Getrude sollevò il suo corpo indecentemente nudo e si diresse determinata verso di me. Snow White continuava a tirare pugni contro il sarcofago, e a me veniva da piangere a pensarla chiusa là dentro. Ma se pensavo a liberare lei adesso, non avrei potuto difendermi da quella pazza della sua matrigna. Finché una serie di pensieri mi attraversarono la mente. Se davvero Gertrude è una strega… Le streghe hanno sempre dei totem, dei talismani… Lo specchio, Gertrude cantava allo specchio… Lo specchio è il simbolo della bellezza e della giovinezza…
Non potevo essere sicuro che la mia intuizione fosse corretta, ma se lo era… Mi diressi, schivando di nuovo i colpi della matrigna di Snow White, verso l'enorme specchio che ci rifletteva combattere. Mi appoggiai ansante alla sua cornice, guardando Gertrude con aria di sfida, e quello che lessi nei suoi occhi mi fece capire che avevo ragione. E mentre lei gridava NO!!!!!!!!!!!!!! come una dannata, rovesciai lo specchio a terra, e questo andò in mille pezzi. Contemporaneamente vidi Gertrude piegarsi su se stessa, la pelle spaccata e sanguinante, quasi esplosa, come i vetri del suo totem. Urlava, si dibatteva e si strappava i capelli, finché non giacque silenziosa e disfatta, una massa di carne maleodorante in cui non si poteva riconoscere più niente di umano.
Solo allora potei correre a salvare Snow White. Il sarcofago era duro, ma stavolta si aprì. La tirai fuori con le mie braccia, mentre lei tossiva e sputava sangue.
“Il veleno,” mormorava, “il veleno.”
Il respiro le mancava, e il corpo continuava ad essere scosso dai brividi. L'avvolsi nel mio giaccone, tenendola stretta per calmarla, poi, quando cominciò a diventare cianotica, decisi di provare con la respirazione bocca-a-bocca. Lo ammetto, dopo qualche minuto quel gesto si trasformò in un bacio, nonostante l'impaccio del sangue che continuava a sgorgare dalla sua gola. E la cosa sorprendente fu che Snow White ricambiò quel bacio. Non lo dimenticherò mai. Non mi importava se sarei potuto morire avvelenato con lei. Anzi. E invece io sono ancora qui. Io. Snow White morì tra le mie braccia quella notte. Lo avvertì quando la sua bocca smise di rispondere ai miei baci, quando la sua lingua si fermò contro la mia.
Avrei tanto voluto salvarla, portarla via di lì, ma Qualcuno ci ha pensato prima di me. E forse meglio di me.
L'ispettore si tolse gli occhiali cerchiati d'oro e si massaggiò via la stanchezza degli occhi. Infine, tornò a fissare il ragazzo di fronte a sé con sguardo triste e liquido.
“Una storia molto drammatica ed avvincente, signor Blueman,” sospirò. “Si dà tuttavia il caso che certi dettagli da lei riportati semplicemente non corrispondano al quadro generale che ci siamo fatti dell'accaduto. Ciò che lei mi racconta è supportato esclusivamente dalla sua personale testimonianza. Ma la realtà è che lei è stato trovato sul luogo di un delitto, con un'arma insanguinata in mano e due cadaveri ancora freschi accanto, coperto del sangue di entrambe le vittime ed in evidente stato di confusione.”
Quel Blueman continuava a mantenere un autocontrollo di ferro. Ma non aveva un alibi di ferro, oh no, nient'affatto.
“Per quanto ne sappiamo noi, e abbiamo scavato bene in fondo a tutta questa merda, la signora Gertrude Queen era una donna un po' singolare, ma dalla vita piuttosto regolare, e assolutamente pulita, se tralasciamo qualche avventura. Fingerò quindi di ignorare le sue accuse, per non parlare di quella delirante storia sui suoi poteri di strega.
Semmai è la figlia (la figlia, signor Blueman, non la figliastra) che ci ha riservato delle sorprese. Senta qua che lista della spesa, la sua bella principessa: abuso di droghe, atti osceni, resistenza a pubblico ufficiale, due tentati suicidi, un tentato omicidio (un suo ex fidanzato, uno squinternato come lei, si è salvato per il rotto della cuffia, ma poteva essere una tragedia) e ultimamente (questa è una notizia del tutto confidenziale) pare assumesse dosi di un particolare veleno per conquistarsi l'immortalità.”
“Tutto questo non prova niente contro di me,” ribatté Prince Blueman.
La sua sicurezza si stava incrinando.
“Oh, infatti. Questo resta il mio unico problema, tutto pare deporre contro di lei, ma io non ho la prova-chiave per incriminarla. Non so perché abbia ucciso Gertrude Queen, né in preda a quale altro raptus l'abbia ridotta in una poltiglia umana. Non so se abbia somministrato lei l'ultima dose di quel veleno a Bianca Queen, o se invece la ragazza abbia proseguito il suo cammino di follia da sola. Non so se lei, signor Blueman, abbia agito per un suo personale impulso (gelosia, pazzia, frustrazione, non so) o se qualcuno l'abbia convinta a compiere quello scempio. Magari la sua bella principessa, la cantante dei miei stivali, è riuscita a coinvolgerla nel suo ultimo spettacolo sanguinolento, per poi lasciare a lei, poverino, tutti i cazzi amari. Non lo so, signor Blueman, questo dovrebbe dirmelo lei, con una bella confessione scritta e firmata. In gattabuia avrà tutto il tempo per meditarci su, e convincersi a smettere di raccontare fiabe.”
L'ispettore si alzò e fece cenno alla guardia di farlo finalmente uscire dal quel buco. Ancora non poteva gridare vittoria, ma sentiva di esserci vicino. Poi, quando era giusto sulla porta, si voltò, e quasi con tono di scusa aggiunse:
“Ah, a proposito, mi ero scordato di dirle di quei musicisti storpi di cui diceva lei, i nani… beh, forse gli stregoni erano loro.” Sorrise e alzò le spalle come se fosse tutto molto ovvio. “Vede, non ne abbiamo trovata la minima traccia.”