Storia di una bambola assassina
Quando conobbi Lorena ero solo un ragazzino, almeno nel cervello. La mia carta d'identità segnalava che avevo già 22 anni, ma la mia esperienza della vita era così scarsa e minima che potevo ben dire di non vivere diversamente da un qualunque sedicenne. Il mio mondo era fatto di studio, famiglia (mamma, sorella, una nonna... un'opprimente universo femminile) e qualche rara sortita con gli amici: un cinema, una birra (in realtà io sono astemio, e in qualche occasione consumavo solo succo di frutta), una partita a pallone.
Quando stamattina mi è cascato l'occhio su quell'articolo di cronaca nera, furbescamente intitolato "Storia di una bambola assassina", non pensavo che avrei sentito riparlare di nuovo di Lorena.
Per un attimo non credevo neanche che si parlasse di una donna.
Bambola assassina è un termine estremamente volgare e fuori luogo per riferirsi ad una persona, sebbene bellissima, e sebbene diabolica. Poi ho letto quel nome, e ho scrutato a lungo quella brutta foto che accompagnava l'articolo, una foto sfuocata e sgranata di una bestia catturata e in preda al panico. E nelle mia memoria di ormai trentenne i ricordi sono affluiti come una piena.
Ho 30 anni, sì, e certe cose ormai me le sono buttate alle spalle. Ho 30 anni e sono riuscito a lavare via le colpe di cui mi sentivo macchiato, e a trasformarle in memorie, prima di tutte quella della notte funesta in cui conobbi Lorena. Lorena che non meritava di finire in quell'articolo sensazional-scandalistico, con quella brutta foto di contorno. E per un attimo ho pensato che se le cose non fossero andate come sono andate, avrei potuto finire anch'io in quel giornale con lei.
Come dicevo, a 22 anni uscivo poco. Ero così da sempre. Lo sono ancora, non sono mai stato un viveur . Non amavo particolarmente la compagnia dei miei simili, né loro amavano la mia: sono fondamentalmente un tipo troppo riservato e poco interessante. Se ne deduce facilmente che anche le mie rare uscite non avessero mai per destinazione luoghi affollati e rumorosi come discoteche, fiere o feste.
Quella sera costituisce l'unica eccezione in tutta la mia "carriera", e come tale era destinata a presagire qualcosa di particolare. Alfredo mi aveva invitato a questo party studentesco in un locale di periferia, il Barbados, un ex-stabilimento plastico in parte ristrutturato e trasformato per le esigenze giovanili. Ci sarà tutta l'università, mi giurò, ma a me bastava molto meno. Mi bastava una sola persona. Michela Mazzini. Mi bastò sentire che lei sarebbe stata a quella dannata festa per convincermi. Quando poi Alfredo aggiunse al suo panegirico che Michela aveva più volte manifestato l'intenzione di conoscere quel timido ragazzo che a tutte le lezioni si sedeva in ultima fila, anche la mia resistenza più inconscia fu fugata, e alle 10 già attendevo impaziente Alfredo ai giardini pubblici, da dove sulla sua scassatissima auto ci saremmo recati al Barbados.
Oggi so per certo che quella fu una bugia, nonché una delle più grosse vigliaccate che un sedicente amico potesse commettere nei miei confronti. Michela non era minimamente interessata a me, e lo capii subito. Il fatto di essere un caso ai limiti del disperato - timido, non bello, non interessante, per giunta a piedi - mi impedii di tentare comunque un approccio, con Michela o con chiunque altra, così, tanto per non buttare via la serata. Anzi, il mio cervello fu colto dall'improvvisa rivelazione che io là in mezzo ero più fuori posto di un gatto nell'acqua, e su due piedi decisi di andarmene, così, senza dire nulla a nessuno.
Alfredo era bello lanciato, non si sarebbe accorto della mia assenza, e io avrei potuto benissimo spiegargli tutto il giorno seguente. Dal Barbados a casa mia era una bella scarpinata, ma era solo mezzanotte, e io avevo comunque preventivato di fare tardi. Camminare mi avrebbe calmato dopo lo smacco, e la notte non mi faceva paura. Fu così che mi ritrovai a vagare in quella periferia sporca e dimenticata, satura di strani odori e costellata di relitti che al buio non riuscivo neanche a distinguere. Era come minimo inquietante. Ad un certo punto - ecco che arrivo finalmente allo scopo di questa lunga introduzione - sentii, in tutto quel silenzio, il rumore sordo di una macchina che sembrava seguirmi lentamente. Non avrei saputo dire da dove fosse sbucata, ma non si accingeva a sorpassarmi, come qualunque brava automobile avrebbe dovuto fare. Mi affiancò, mentre i capelli sulla mia nuca cominciarono a sollevarsi leggermente. Con la coda dell'occhio osservai il finestrino scuro di una station wagon nera abbassarsi, ma non riuscivo a vedere chi ci fosse alla guida.
"Scusa," mi appellò un'inequivocabile voce femminile. "Scusa."
Noi maschi siamo troppo ingenui da pensare che una donna non debba mai costituire un pericolo per la nostra incolumità. Tirai quasi un sospiro di sollievo, non lo nascondo, quando sentii che era solo una donna. Solo una donna!
"Se ti sei persa, chiedi alla persona sbagliata," esordii tanto per dire qualcosa.
"No, ma mi pareva che quello sperso eri tu."
Mi strinse nelle mie magre spalle. Neanche il giubbotto imbottito riusciva a darmi un fisico degno di nota.
"Sto tornando a casa, che più o meno dovrebbe trovarsi in quella direzione."
Rise.
"Vuoi dirmi che stai tornando a casa a piedi attraverso questa landa desolata?"
Far ridere una donna non è sempre un buon segno.
"Sì, a casa, e lo farei anche sulle mani, se ciò fosse necessario per andarmene da quella discoteca," e indicai alle mie spalle.
"Il Barbados, dici? E' un buon terreno di caccia."
La macchina si arrestò e una creatura da sogno ne scese, come nel più stupido dei film adolescenziali.
"Salta su, ti do uno strappo."
E io ci cascai in pieno.
"Mi chiamo Lorena," mi disse dopo 5 minuti che fissavamo in silenzio la strada.
Correva, la ragazza. E, cosa che mi faceva totalmente innervosire, prendeva i semafori sempre sul rosso. Io la guardavo ogni tanto con la coda dell'occhio, cercando ogni volta di osservare un particolare. Era così tanta, e così bella, che anche a fissarla dritta in viso mi sarei sempre perso qualcosa. Capelli biondi, occhi chiari, seno minimo quinta misura, stretto in un maglioncino molto elasticizzato, gambe lunghe e molto belle, fasciate in un jeans all'ultima moda. Ecco quello che ero riuscito a cogliere di lei fino a quel momento. Ovviamente l'attenzione mi aveva reso scarso nella conversazione.
"Sicuro che vuoi tornare subito a casa?" mi chiese a ruota, per niente imbarazzata dal mio silenzio.
Cavolo, continuavo a pensare per i fatti miei, mi ha caricato su senza una storia. E se fossi un pazzo maniaco? Ma i suoi occhi limpidi, grandi e ammiccanti non sembravano minimamente contemplare questa possibilità.
"Conosco un locale tranquillo sulla strada, ci facciamo una birra, giusto per socializzare. Non avremo buttato via la serata, almeno."
"Non bevo," fu tutto quello che seppi dire.
La sua sfrontata confidenza cominciava ad infastidirmi. Soprattutto perché sapevo di non meritarmela. E poi se la stava prendendo troppo comoda. Quanto ci voleva per arrivare in centro, a quella velocità e con le strade sgombre? Fu solo quando notai il cartello di uscita dalla città che capii che l'auto stava viaggiando nella direzione esattamente contraria e cominciai ad avere seriamente paura. Lorena teneva le mani serrate sul volante e ora aveva una faccia strana. Quando si accorse che la fissavo, si voltò con due occhi cattivi, sibilando:
"Ora tu vieni con me, fottuto ragazzino!"
Non mi faccio molto onore a dirlo, ma a quelle parole svenni.
Mi risvegliai in un letto sconosciuto, e la prima cosa che pensai fu che alla festa dovevano avermi fatto bere per forza, ed ecco il risultato. Era casa di Alfredo quella? O magari di... Michela? Poi inevitabilmente ricordai. Lorena. Un incubo, e non certo dettato dall'alcol. O mi ero immaginato tutto? Le donne belle sono pericolose. Questo mi avevano insegnato a casa. Forse il mio subconscio aveva solo elaborato. Mi strascinai verso la porta, chiusa. Sentivo dei rumori, una specie di piagnucolio, e degli tonfi in sottofondo, come qualcosa di duro e pesante che cade su un tappeto. Col cuore in gola e la mano sudata aprì piano la porta e immediatamente la richiusi. Quello che avevo visto era troppo perfino per la mia immaginazione. Mi chiesi se non dovessi cominciare a pregare, quando la voce di Lorena mi chiamò da oltre il pannello di legno che mi separava dall'incubo.
"Ti sei svegliato," disse, con voce lacrimosa.
Ave Maria, piena di grazia... No, non posso farmela addosso proprio ora.
"Esci, dai!" m'implorò.
Entra, semmai, entra nell'incubo, e non ne uscirai più! "Esci, bastardo figlio di puttana!"
Stavolta lo disse senza piangere, ma con un misto di rabbia repressa e di violenza che le trasfigurava la voce. Io aprii piano la porta e entrai nella stanza dov'era Lorena, una specie di soggiorno immerso nella penombra, ma non abbastanza al buio perché non si potesse vedere lo scempio che Lorena aveva commesso: quello che alla prima occhiata poteva sembrare un'artistica confusione di membra umane nude e dipinte, era in realtà un corpo straziato in modo quasi ritualistico, striato del suo stesso sangue e piegato in modo del tutto innaturale, quasi in adorazione di qualche macabra divinità pagana.
Ovviamente questo è quello che elaboro adesso dai ricordi che ho immagazzinato. Quello che vidi allora fu semplicemente un cadavere, un cadavere orrendamente mutilato. Un morto. E tanto sangue. Lorena era seduta con le gambe ripiegate sotto il corpo, appoggiata alla parete di fronte a me, macchiata di sangue come un macellaio, la pelle, i capelli, i vestiti, e gli occhi azzurri che sembravano spiritati e innaturali attraverso quella maschera di sangue che era diventato il suo viso. Non so com'è che non svenni. Non so com'è che quell'odore opprimente e dolciastro che saturava la stanza non mi mise k.o. Lorena piegò indietro la testa e l'appoggiò al muro, mettendosi una mano sporca sulla fronte sporca, come a misurarsi la febbre della sua stessa follia omicida.
"Sono malata," mormorò. "Ho bisogno di sangue, e non posso ottenerlo senza violenza."
Una serie di domande mi si affollò in bocca, ma la mia lingua era completamente immobilizzata.
"Ho bisogno di sangue come i vampiri," continuò Lorena, con la faccia di chi prova a spiegarti perché uccidere può essere una necessità.
"Anche io..." balbettai.
"Anche tu hai bisogno di sangue?"
Me lo chiese un po' stupita e un po' canzonatoria. Ma la mia voleva essere una domanda, non un'affermazione.
Incapace di scollare di nuovo la lingua dal palato, mi limitai a scuotere la testa e ad indicare il morto davanti a me.
"Ah, intendi dire se anche tu farai quella fine!"
Suonava quasi sollevata. Tirò su col naso e mi rispose, senza guardarmi in faccia:
"Non lo so. Avevo scelto te, all'inizio, ma tu sei svenuto, e io non ammazzo la gente alle spalle. Probabilmente adesso non ne avrò bisogno di nuovo che tra un paio di giorni, quindi che faccio, ti conservo?"
Il mio stupido cervello pensò che a quel punto potevo tornare a casa. Dio benedica gli svenimenti. Mi avevano salvato la vita. Ma il cervello di Lorena era giustamente più pratico del mio.
"Però, anche se non ti uso per i miei bisogni, non posso lasciarti andare libero, dopo quello che hai visto."
Stava quasi per sorridere, ma poi puntò i suoi occhi enormi contro di me e urlò:
"Non dirmi che non parlerai perché non ti credo!"
Mi appiattii contro il muro, con le lacrime agli occhi, le viscere sconvolte e tutto l'adolescente che era in me che veniva fuori con prepotenza. Ero pronto a gettarmi ai suoi piedi e ad implorare la sua pietà, quando la vidi gettarsi contro di me come una furia. Ma quando il suo viso fu a pochi millimetri dal mio, l'unica cosa che pensai e che riuscii a fare... fu di baciarla.
I ricordi di quello che successe dopo fanno arrossire perfino l'uomo maturo che sono. A mia discolpa posso dire che non ho più avuto incontri accesi di quel genere, e che il sesso non ha mai più rivestito per me lo stimolo che invece segnò i miei giorni con Lorena. Forse perché tra noi non c'era solo il sesso, o forse perché il sesso vissuto in quel modo non è mai solo sesso. A mia ulteriore discolpa posso aggiungere che Lorena era tanto bella fuori quanto contorta dentro, e che pure la sua "anima nera", a voler ben scavare, non era più brutta di tante altre. Della mia, per esempio.
D'altronde ero un ragazzino facilmente influenzabile ed impressionabile (in ogni senso) alla sua prima avventura sconvolgente con una donna, la prima donna conosciuta dopo sua madre, sua nonna e sua sorella, persone del tutto indegne di nota, come me. Lorena mi aveva scelto perché la sapevo ascoltare ed accettare per quello che era, perché a mia volta la sentivo affine a me, in qualche modo.
Per il resto, mi plasmò totalmente a suo piacimento. Mi legò a sé col suo modo di baciare, col suo modo selvaggio di fare l'amore con me, usandomi come un oggetto e allo stesso tempo elevandomi al livello di un suo dio, guidandomi attraverso i meandri della sua follia come se fosse stato per entrambi l'unico modo possibile di vivere e di essere. Già la sua follia, la sua malattia. A riguardo, Lorena mi spiegò tutto solo con una frase:
"Ho bisogno del sangue per mantenermi giovane e bella. Ho bisogno del sangue per sentirmi viva."
Io non le domandai mai altro. Il suo corpo parlava da solo. Non sapevo quanti anni avesse, né mi interessava. Certo è che la sua pelle aveva un turgore ed una freschezza che non avevo mai visto in nessuna donna. Forse perché era la prima donna che toccavo così da vicino? In certi momenti mi sembrava perfino irreale. Tutto il resto di lei era mistero, e io non lo volevo penetrare.
Fu dopo quell'incredibile notte che cominciai a condurre una doppia vita. Sapevo che presto Lorena avrebbe avuto bisogno di uccidere ancora, immolare una nuova vittima alla sua bellezza e alla sua giovinezza, e che io sarei stato lo spettatore eletto del suo rito. Ma se ciò accadde, non me ne accorsi subito. Quando Lorena spariva, non c'era verso di rintracciarla, e io rimanevo nel dubbio: dov'era, cosa faceva, con chi, e soprattutto, lo stava uccidendo o lo avrebbe risparmiato, come me? Ero geloso perfino delle sue possibili vittime.
Una sera, alla fine, successe che il bisogno di sangue la cogliesse mentre era con me. Si manifestava con una strana irrequietezza, i suoi occhi si facevano vaghi, la fronte lucida di sudore. Respirava con affanno e qualche flebile lamento le usciva dalla bocca che anelava al sangue. Quando la vidi sollevarsi dal nostro giaciglio disfatto, mi accinsi anch'io a rivestirmi. Solo che lei mi disse:
"No, vado sola."
"Perché?!"
Mi sentivo come un bimbo privato del suo balocco. L'idea che lei uccidesse senza che io, l'unico essere umano che la capiva, le fossi accanto, mi faceva ribollire il sangue. La guardai in silenzio, ferito, mettersi un cappotto lungo di finta pelliccia e ripassarsi un po' di mascara sulle lunghe ciglia da gatta.
"Dove vai?" le chiesi alla fine quasi in lacrime, mentre lei varcava la soglia di casa (una delle tante case di cui lei aveva le chiavi e in cui andavamo a rintanarci).
Mi rispose solo con uno sguardo. E si chiuse la porta alle spalle. Stavolta che sapevo, però, non potevo lasciarla andare così. Per un attimo, mentre mi infilavo i jeans, pensai perfino che forse anche lei sapeva qualcosa, sapeva che non avrei potuto fare a meno di seguirla, e che stava giocando con me come il gatto col topo. Questo pensiero, invece di angosciarmi, quasi mi rincuorò, mentre mi precipitavo di corsa per le scale.
Ma Lorena era già partita, lasciandomi da solo. Questa storia si ripeté ancora, non ricordo quante altre volte, e ogni volta la mia fame di seguire Lorena, la mia fame - sì, lo ammetto - di vederla uccidere e di sentirmi parte del suo folle rituale aumentava. Ma lei mi lasciava inesorabilmente fuori, e ogni volta che tornava da me, e io sentivo, annusavo, assaporavo il sangue e la paura delle sue vittime sulla mia pelle, cresceva anche la mia gelosia, perché anche solo per un attimo quelle vittime l'avevano toccata, perché per una notte erano diventate la sua fonte di vita. Fu così che il pensiero della loro morte mi faceva gioire, come se fosse stata una mia vendetta personale.
Alla fine fu solo questo morboso sentimento a cementare mio attaccamento nei suoi confronti. Ho vaghi ricordi di come la mia famiglia e i miei amici mi guardassero con apprensione e timore mentre conducevo una nuova esistenza, non meno chiusa della precedente, ma più misteriosa ed intensa. Ero diventato aggressivo e taciturno. Ogni momento che non potevo passare con Lorena era un inutile tormento. Non studiavo più, non frequentavo più nessuno, mangiavo nella mia stanza e passavo il resto del tempo covando incubi in attesa che lei mi chiamasse, mi liberasse. Ero conscio che la mia mente correva sempre più sull'orlo della pazzia, ma non me ne curavo. Se la pazzia era il mezzo per restare legato a Lorena, allora l'accettavo volentieri. Mi scoprii a nutrire pensieri come l'offrirle in dono un corpo da me stesso assassinato, gonfio ancora del suo sangue fragrante. Mi scoprii a guardare mia sorella come la più probabile delle vittime. Ma non esternai mai con Lorena questi miei pensieri, come se causassero in me una sorta di pudore.
Una notte, una notte in cui lei non cacciava ma sarebbe stata tutta per me, mentre la osservavo tendere e stirare il suo corpo meraviglioso, affaticato dall'ultimo amplesso, un altro pensiero si affacciò alla mia mente, gettandomi quasi nel panico.
"Tu vivrai per sempre, Lorena?" Mi guardò con aria dolce e accondiscendente, con quella sua aria un po' trasognata. Io capii subito di aver chiesto una cosa sciocca.
"Vivrò a lungo, sì, e sarò a lungo perfetta e bellissima. Ma non sono immortale."
Mi abbracciò e mi baciò, non ancora sazia. Ma io mi divincolai.
"Allora io dovrò diventare come te, altrimenti..."
Non finii la frase ma il senso era chiaro. Non volevo che lei mi lasciasse indietro. Non volevo invecchiare, distruggermi mentre lei restava ancora giovane, fresca e... affamata. Inoltre, riflettendoci, questo era un modo ulteriore per legarci di più: che io assaggiassi con lei il sangue che la manteneva viva. La sua risata squillante e profonda mi offese. Stavo quasi per urlarle la mai rabbia, quando vidi il suo sguardo farsi improvvisamente savio, quasi cosciente non solo di quello che avevo detto e implicato, ma di tutto il suo stesso essere: uno sguardo finalmente impaurito di quello che lei stessa era e faceva.
Mi cacciò, mi cacciò dalla sua camera, dalla sua casa, a cuscinate nel viso, a spintoni, gettandomi dietro i miei vestiti, le mie scarpe, le mie cose, schiaffeggiandomi e calciandomi via dalla sua vita. Io, nudo in strada, mi gettai sul marciapiede davanti al suo portone, a piangere come Adamo fuori dal Paradiso Terrestre. Ma Lorena non si avvicinò neanche alla finestra.
Allora avrei potuto ancora salvarmi. Invece caddi in una depressione tale che davvero non riuscivo più a controllare le mie azioni e i miei pensieri. Dovevo farlo. Dovevo carpire il segreto di Lorena. Dovevo assaggiare anch'io l'elisir di lunga vita che lei beveva. Ma non ero ancora un assassino, e non ero ancora abbastanza malato per diventarlo. La pedinai per tre giorni, calcolando che presto avrebbe potuto colpire di nuovo. Quando una notte la vidi uscire di casa tirata a lucido, capii che era giunto il mio momento. Il resto di quella notte è cancellato dalla mia memoria: dove l'avessi seguita, chi avesse catturato come sua preda e come, il ritorno verso il più periferico dei suoi appartamenti. I miei ricordi cominciano a scorrere dal momento in cui io aprii la porta - senza sorprendermi che fosse stata lasciata aperta - e trovai Lorena chinata sulla sua ennesima fonte di giovinezza , a bere, bere, bere come un animale assetato. Mi ricordo di essermi gettato addosso a lei e di averla scansata come un'usurpatrice. Ricordo benissimo il suo sguardo, che non era né di sorpresa né di rabbia, bensì di malcelato compiacimento, esattamente come quello che mi lanciava quando se ne andava a cacciare da sola, sapendo di abbandonarmi a rodermi il fegato per lei. Ricordo che non fece il minimo cenno di protesta, nessun tentativo di riprendersi la sua preda, al ché io mi gettai su quella enorme ferita che mi si apriva invitante davanti e cominciai ad inghiottire sangue, vincendo l'orrore e lo schifo e tentando perfino di assaporare qualcosa di quel liquido denso.
Non mi scorderò mai la sensazione che alla fine mi colse, inebriandomi. Con Lorena che ansimava alle mie spalle e il mio cervello ormai preda delle più sciolte fantasie, sentii un calore montarmi alla testa, il potere di una vita altrui che mi penetrava in ogni fibra, e immaginavo che quel sangue stirasse la mia pelle, rinvigorisse le mie ossa, fosse assorbito dalla mie cellule rendendomi perfetto. Staccando la bocca dalla ferita cominciai ad urlare, mio Dio, sì, ma non di orrore, bensì di piacere. Neanche di Lorena m'importava più, ormai, ma solo di me stesso, di essere riuscito a passare indenne il confine, e di aver capito di essere vivo e forte.
Lorena alle mie spalle rideva, rideva, rideva, mentre io, ormai un altro me stesso, urlavo come un ossesso. Mi gettai su Lorena, pensando di fare non so cosa, forse dare il via ad uno dei nostri sfrenati amplessi dove stavolta, lo sentivo, sarei stato io il dominatore, o forse semplicemente tapparle quella bocca sguaiata che continuava a vomitare risate. So che nello slancio le strappai il coltello di mano, e lo puntai infine alla sua gola, urlando:
“Io potrei non avere pietà!”
Ma lei m'infilò la lingua in bocca, e baciandomi cominciò a piangere.
Quando mi risvegliai, ero steso bocconi sul prato dei giardini pubblici, totalmente intirizzito, e con in testa l'ombra di un incubo. Forse, mi dissi per un attimo, niente di tutto questo è successo. Forse non ho mai conosciuto una donna di nome Lorena. Forse è solo e ancora la mattina dopo quella orribile festa in discoteca. Ma stavo solo mentendo a me stesso. Toccai la mia faccia: era pulita, ma sentivo ancora in bocca il gusto metallico del sangue. Lorena, lo sapevo, non l'avrei più vista. E solo per quello, giuro, solo per quello, mi misi a piangere come un bambino.
Sono passati otto anni da quella notte, e in questi otto anni la mia vita è trascorsa tra noia, banalità e dolore. I primi anni ho perfino ricercato il sangue il cui gusto ormai è impresso indelebile nella mia anima sognando, aspettando, di poter assaggiare un giorno il sangue di Lorena, bere dalla fonte diretta di tutti i miei piaceri. Ma se sono riuscito a domarmi lo lascio alla vostra immaginazione.
Tuttavia sto invecchiando. Sembro molto più vecchio della mia età. Mentre Lorena in questa foto, seppure brutta, seppure sfuocata, sembra la splendida donna di sempre. E se in tutti questi anni ancora non mi sono mai interrogato sulla sua vera natura, sulla sua supposta malattia, se fosse solo pazza o davvero un essere superiore, oggi mi chiedo se questa foto non mi stia per caso lanciando un messaggio, una risposta.
Di Lorena, scrivono che l'hanno presa, l'hanno colta in flagrante mentre trucidava i miseri resti della sua ultima vittima. Io credo piuttosto che si sia fatta prendere, perché una vita, anche da bellissima e perfetta creatura, diventa pesante senza qualcuno accanto che ti capisca, che ti custodisca.