Il linguaggio fantastico (saggio)

L'INQUIETANTE PAROLA DEI GENERI "OSCURI": HORROR, FANTASCIENZA E FANTASY



Contrariamente a quanto superficialmente molti pensano, il linguaggio nei generi letterari fantastici è di somma importanza, in quanto veicolo di una realtà spesso “alternativa” rispetto a quella che circonda il lettore, realtà che solo attraverso una parola autenticamente creativa può prendere corpo in maniera convincente. Attraverso una frase l'autore deve essere in grado di generare meraviglia, stupore o paura, rendere credibili mondi inesistenti, creature fantascientifiche, storie e avventure lontanissime dalla comune esperienza umana: un'autentica sfida ai sensi del lettore, specialmente ai giorni nostri, in cui siamo tutti troppo abituati a vedere , e quindi poco inclini ad immaginare .
Arduo compito, quindi, quello dello scrittore di genere fantastico, compito a cui si accompagna, in coscienza, la necessità di non scadere nello sciatto o nell'incomprensibile. Non pochi autori hanno fatto cose mirabili con le parole, inventando addirittura linguaggi fantastici di perfetta regolarità e coerenza, come fece J.R.R. Tolkien, che attorno ai suoi linguaggi elfici, o meglio alla necessità di qualche popolo che li parlasse, costruì tutto Il Signore degli Anelli e la sua articolata cosmogonia. Altri hanno strutturato mondi simbolico-metaforici degni delle più approfondite analisi: basti pensare agli ossessionati racconti di Edgar Allan Poe, dove la scrittura insiste, in un sapiente gioco tra detto e non-detto, sui temi della morte e del sesso, o agli incubi lovecraftiani, anch'essi tessere di un ampio e affascinante mosaico del terrore.
Molti sono gli aspetti che accomunano la parola nei generi fantastici: su tutti predomina la ricerca del dettaglio che distingua, che catturi l'attenzione, l'aggettivo mai casuale, la descrizione minuziosa. Stephen King, un autore di successo prevalentemente commerciale, è tacciabile forse di mancanza di originalità per quanto riguarda le sue trame, ma è senza dubbio un maestro per quanto riguarda la capacità descrittiva: egli riesce a farti essere lì con i suoi personaggi, nei suoi mondi, fin quasi a farti provare dolore o schifo o paura esattamente come i suoi eroi. I suoi zombi puzzano di morte veramente; se descrive una mela, pare di sentirne il profumo. Se volete provare l'angoscia di essere ammanettati ad un letto in una casa lontana chilometri da ogni possibile aiuto, con un cadavere ai vostri piedi e un cane randagio affamato che gira per le vostre stanze, allora non avete che da leggere Il gioco di Gerald . Provare per credere.
Talvolta la parola non cesella, come in King, bensì si snoda attraverso metafore, parallelismi, ricercati giochi di parole, e pur tuttavia ci rende immagini altrettanto limpide ed efficaci. Ray Bradbury, indiscusso maestro della fantascienza e dell'horror, accompagna alla capacità linguistica uno stile a dir poco sublime: la sua scrittura poetica e musicale, anche quando descrive le situazioni più atroci, ha quasi il sapore di un incantesimo, grazie al quale le immagini semplicemente si formano nella mente del lettore e lo catturano, esattamente come accade ai personaggi di una sua famosa fiaba horror, Il popolo dell'autunno , quando essi montano sulla demoniaca giostra del luna –park gestito da Mr Dark.
Anne Rice, la madre del vampiro moderno, tormentato e romantico, quasi umano nel sentire il Malessere della sua condizione, è un'altra autrice la cui scrittura ricca e complessa, quasi barocca, è in grado di dipingere immagini precise come un quadro. Forse per questo è molto corteggiata dal cinema, indipendentemente dalla qualità e dalla riuscita del prodotto.
Le caratteristiche del linguaggio fantastico designano i suoi intenti: il linguaggio fantastico ama scavare a fondo, nelle paure più profonde dell'uomo come nei suoi sogni più arditi. Ecco quindi il sangue, la follia, la violenza e la morte che segnano indelebilmente le migliori pagine di letteratura horror; la vuota tecnologia che vuole realizzare un sogno e spesso invece lo uccide, grande incubo della fantascienza; i mondi “altri”, dove magia antica e moderna si alternano o si mescolano, dove rivivono miti ancestrali e passati gloriosi, ovvero il regno della fantasy.
Ma non solo. Questi aspetti sono solo segni di qualcosa di molto più profondo. Attraverso questo linguaggio dalle grandi potenzialità evocative si esplica soprattutto il bisogno dell'uomo di trovare spazi di fuga lontano dalla realtà più trita, come anche quello di reinterpretare questa realtà in modo alternativo, alla ricerca di nuovi significati dell'essere.
Il fantastico, in primis come genere e conseguentemente come linguaggio, esplora quelle parti nascoste e spesso disprezzate dell'animo umano, la sua violenza come la sua capacità di sognare e desiderare: se Bret Easton Ellis in American Phsycho arriva a immedesimarsi con un folle serial-killer, narrandone ogni minima ossessione (specchio di un mondo reale culla di ossessioni e fobie qual è il nostro), Patricia McKillip, sulla scia di Tolkien, ci propone una trilogia in cui a vincere sono ancora quegli eroi che hanno il coraggio di confrontarsi con se stessi, lezione che per quanto ambientata in una sorta di Medioevo fantastico, non può essere insignificante neanche per i contemporanei più smaliziati.
Ecco la necessità, quindi, di non catalogare i generi fantascienza, horror e fantasy come generi minori, declassandone gli intenti e i mezzi espressivi. La loro parola, chiaro segno di disagio come di ricerca, acquisisce nuovi significati che nascono dalla somma dell'esperienza dell'autore con la sua carica immaginifica, a cui spesso si aggiunge un cospicuo apporto da parte del lettore e della sua Weltanschauung.
Parimenti, i pregiudizi che spesso accompagnano il fantastico e le sue produzioni nascono proprio da questo bisogno di fuga che essi trasmettono, come se questo fosse segno di un personale disimpegno da parte dell'artista a porsi in relazione con se stesso e con il mondo, o peggio ancora a rifiutare il reale per cercare un più facile mezzo espressivo e di conseguenza un maggiore successo commerciale, mentre abbiamo visto che non è sempre così. Si unisce a questo pregiudizio il problema di rompere gli schemi di un linguaggio letterario già codificato dalla dominanza dei generi letterari considerati “maggiori” e del “realismo a tutti i costi”.
Fortunatamente in questi ultimi anni stiamo assistendo sempre più ad un curioso fenomeno di commistione tra generi “maggiori” e “minori”, per cui adesso è il vetusto e stanco linguaggio realista che va a cercare negli esempi della fantasy piuttosto che dell'horror e della fantascienza, un modo nuovo di definire e raccontare. Questo non deve essere solo un motivo di orgoglio per tutti quegli scrittori, grandi e piccoli, famosi e meno famosi, che hanno sempre cercato di offrire, accanto ad una trama originale ed avvincente, una parola adeguatamente curata e rifinita, ma anche una spinta per gli stessi a non abbandonare la ricerca linguistica come scopo primario della loro scrittura.
Perché infondo, come ci ricordano i miti di molte credenze religiose, è la Parola che crea il Mondo. Decisamente questo nostro tempo ha bisogno di nuovi mondi da contemplare.

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