La Torre
Enrica. Mara. E l'unica luce di una candela a rischiarare tutta la stanza. Le due sorelle chine a ricamare, mute, nel silenzio interrotto solo dai suoni della tempesta fuori, prima che Mara pronunciasse le prime parole della serata.
“Stiamo finendo anche le candele. Pensi che i rifornimenti tarderanno molto ad arrivare per via del cattivo tempo?”
Enrica si sistemò gli occhiali sul naso.
“Ormai sono tre giorni che non dà tregua. L'unica cosa è pregare che non si scordino di noi.”
Mara chinò il viso e si portò la mano alle labbra, come per coprire una preghiera appena mormorata. La candela sfrigolò.
“A volte mi chiedo perché non ci lascino semplicemente morire di fame, ” borbottò Enrica.
“Sorella!”
Mara era la più giovane, la più ingenua, quella che ancora tra le due sentiva più il peso della colpa. Enrica gettò uno sguardo fuori dalla finestra, ma lo sguardo non riuscì ad andare oltre il vetro battuto dal vento e dalla pioggia.
“Custodi di una torre diroccata che non interessa a nessuno… sole, isolate su quest'isola… noi… e i fantasmi che ci ricordano i nostri misfatti. A volte preferirei davvero essere morta.”
Forse una lacrima si formò all'angolo del suo occhio stanco, ma nessuno la vide. Come nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quelle due anziane sorelle, così prese dal loro ricamo e dai loro pensieri potessero essere state due criminali. Venticinque anni fa avevano ucciso il loro amante. Non avevano trovato soluzione migliore, affinché nessuna delle due dovesse rinunciarvi.
Nella loro cittadina non avvenivano crimini da anni. Era stato difficile giungere ad un verdetto che conciliasse lo spirito pacifico di quella gente con la necessità di una giusta punizione. Ma si era infine deciso: che fossero condotte sull'isola, quella della vecchia torre scoperchiata, quella più lontana ed inaccessibile, e soprattutto quella in cui si narra che la notte in cui un fulmine distrusse la cima della torre, due amanti si erano reciprocamente tolti la vita.
Una volta al mese una barca portava loro un po' di cibo e altri generi di prima necessità. Per il resto, non avevano altri contatti con il mondo.
Mara si strinse stretta nello scialle con faccia meschina.
“Vado a letto, mi fanno male gli occhi.”
“Vai, vai, ti raggiungo presto anche io. Solo altri due punti.”
La sorella si allontanò come un'ombra e la stanza si fece improvvisamente più fredda e più vuota. Enrica smise di ricamare, rimase semplicemente a fissare il disegno e ad ascoltare, oltre i rumori della tempesta, qualunque altro suono che potesse turbarla.Facevano 25 anni che le due sorelle vivevano su quell'isola. A volte si chiedevano loro stesse come avessero potuto salvarsi dalla follia. Poi pensavano che era perché l'avevano già raggiunta 25 anni prima, niente altro avrebbe potuto distruggerle. Convivevano con i loro fantasmi personali, ma dei fantasmi dei due amanti, quelli che si erano uccisi nella torre, quelli di cui si vociferava, specialmente quando l'inverno chiudeva in casa le persone col gelo, la scarsa luce e troppo, troppo tempo senza nulla da fare, mai nessuna traccia.
Su nella torre diroccata, un mozzicone che si ergeva aperto e urlante verso il cielo, con la scala a chiocciola che si interrompeva così, come un discorso troncato a metà, le sorelle non si erano mai avventurate. Quando il tempo lo permetteva, andavano a fare qualche passeggiata tra le macerie, mangiavano un boccone sedute sull'erba, guardando l'orizzonte lontano, pensando che non avevano mai neanche provato a scappare da quel posto (quasi impossibile, ma avrebbero potuto tentare). Infondo, si sentivano quasi parte di quell'isola.
Ma per la maggior parte del tempo stavano chiuse nella casa annessa alla torre, senza neanche preoccuparsi dell'umidità che ogni inverno minacciava anche quelle stanze e che l'estate non faceva in tempo a fugare.
Da qualche notte, però, Mara aveva cominciato a sentire strani rumori venire di là dalle spesse pareti della loro casa, come se arrivassero le voci di abitanti dalla torre. Per un attimo aveva pensato solo a qualche strano gioco del vento, non si può mai sapere. All'improvviso si era ritrovata ad ascoltare ogni notte quella specie di lamento e di discorso fitto fitto, come una spiona che origli dietro ad una porta. Non riusciva a cogliere bene cosa si dicessero quelle voci, ma ogni notte la loro discussione prendeva sempre più la piega di un litigio.
Mara avrebbe voluto parlare con Enrica di questa cosa, perché anche se dividevano la stessa stanza da letto, piccola e umida, non sembrava che la sorella si fosse accorta di niente. Appena posava la testa sul cuscino, cadeva addormentata. Però tutte le volte che provava a parlarne, notava lo sguardo severo e chiuso di Enrica, e le passava la voglia.Un'altra giornata di pioggia e vento, un'altra giornata in cui era difficile discernere il mattino dalla sera, tanto era perennemente buio. Enrica non stava bene. Cominciava ad accusare tutta l'umidità, e il freddo, e l'isolamento, e la tristezza… E la colpa. Sicuramente la colpa. Si era ritirata a letto subito dopo cena, e a distanza di un'oretta Mara era già stanca di ricamare da sola. Stava per spegnere la lampada ad olio grande e andare a dormire, quando sentì di nuovo, dall'altra parte del muro, quel parlottio, e poi il lamento. Mara credeva sempre meno ad un gioco dei venti, e comunque voleva sincerarsene.
Così, in un momento di coraggio, prese la lampada, si gettò sulle spalle il mantello, in testa una pesante sciarpa, e uscì dalla porta. Pioveva, ma meno del solito, camminando raso muro riusciva a ripararsi a sufficienza. E poi la torre fu lì, pochi passi e aveva già la mano sulla maniglia della porticina di legno. Spinse col corpo per riuscire ad aprirla, era un po' incastrata per via dell'umido, della salsedine, e dello sbilanciamento dell'intera costruzione a causa del crollo. Eccola infine oltre la soglia. Buio e odore di chiuso. Mara si tolse la sciarpa dalla testa e puntò la luce intorno.
Rovine e pioggia, tranne per una breve sezione che rimaneva riparata. La scala che s'interrompeva nel vuoto. Perfetto silenzio, a parte il suo respiro e il ticchettio delle gocce. La donna si strinse nel mantello, colta da un brivido. Allora era davvero solo un gioco di correnti? E perché ora non lo sentiva più? Scosse la testa. Troppa solitudine stava dando noia anche a lei. E fece per uscire, gettando prima uno sguardo verso la scala, ed ecco, lo vide.Roberto?!?
Entrò nel letto, già caldo grazie alla sorella. Eppure le coltri le sembrarono di ghiaccio. Si stese, rigida, a faccia all'insù, come un morto. Alla fine non riuscì più a trattenersi.
“Enrica, nella torre ho visto Roberto.”
Enrica mentì quando disse alla sorella che era una pazza. Mentì. E si sentì un'ipocrita. Le lacrime di Mara la ferirono peggio di una pugnalata (a pugnalate avevano ucciso Roberto), perché anche lei aveva sentito le voci, e spinta dalla curiosità, e senza dire nulla alla sorella, anche lei era stata nella torre. Anche lei aveva visto Roberto. La leggenda diceva che nella torre abitassero i fantasmi di due amanti. Sì, ma perché Roberto, allora? Aveva tentato di farsi mandare dalla terra ferma qualcosa, libri, giornali, notizie, pettegolezzi… qualunque cosa su quella storia. Ma non l'avevano accontentata. Non per ora, almeno.
Quando Mara la mise al corrente della sua “scoperta”, Enrica rimase turbata prima, ed infine fu colta da un attacco di gelosia. Sì, era gelosa. Perché se aveva dovuto dividere con la sorella Roberto quando era in vita, per poi perderlo (ucciderlo), adesso non voleva dover spartire con lei anche il suo fantasma. Sempre che lo fosse.
Fu così che inconsciamente le due sorelle si alternarono a visitare la torre diroccata per poter godere anche solo per un secondo della vista del fantasma di Roberto, affondando nei ricordi e risvegliando un desiderio troppo a lungo addormentato. Roberto non aveva ancora fatto una mossa, con nessuna delle due: rimaneva nell'ombra, sembrava nascondersi, aspettare che fossero loro a parlare… e le due sorelle si chiedevano, ma è lui che sentiamo parlare attraverso il muro? E se sì, con chi? Perché le voci erano due… Roberto non era solo?La barca con i rifornimenti sarebbe dovuta arrivare la settimana prima. Il cibo scarseggiava, l'olio per i lumi anche, avevano bisogno di qualche vestito nuovo, più caldo, per combattere il freddo e l'umido… Niente. La mancanza acuiva il nervosismo, degenerando in litigi. Sempre più spesso Enrica e Mara si chiudevano in un esasperato mutismo, attendendo solo il momento propizio per sgattaiolare alla vecchia torre. Quella sera riuscì ad Enrica. Entrò di soppiatto attraverso la porta malmessa, e attese di vedere l'ombra formarsi densa in cima alle scale diroccate. E se stanotte provassi a chiamarlo?
“Roberto…” sussurrò con un filo di voce.
La sua voce già flebile si confuse tra gli echi e il vento nella torre.
“Roberto…”
All'improvviso si sentì sciocca. Cancellò nella sua testa l'immagine di una Enrica giovane e appassionata, si ricordò di essere una donna fin troppo matura, per giunta una criminale, per giunta prigioniera in un'isola deserta, fino alla morte. Si asciugò la lacrima che le bagnava le ciglia e fece per uscire.
“Enrica!” udì una voce chiamarla, troppo simile a quella di Roberto.
“Enrica, lo sai, sei sempre stata la mia preferita. Speravo che saresti stata tu a tornare, stanotte.”Entrò in cucina, col viso ancora in fiamme, le mani nei mezzi-guanti di lana livide e tremanti. Il suo debole lume rischiarava appena a pochi passi davanti a lei. Credeva di essere sola, e perciò si accasciò su una sedia del tavolo singhiozzando. Poi la vide, sua sorella Mara, era lì accantucciata vicino alla dispensa, lo sguardo colpevole.
“Cosa…???”
Si gettò su di lei come una cagna infuriata. Dal grembo di Mara caddero alcune delle ultime provviste.
“Stavi rubandomi da mangiare?” urlò Enrica.
“Non è solo roba tua! E' anche il mio cibo! E tu a tavola mangi sempre più di me. Adesso basta, ho fame!”
Enrica notò l'occhio lucido e cattivo di sua sorella. Forse aveva la febbre. Si preoccupò: non voleva che si ammalasse, per non doverla curare, e per non rischiare di ammalarsi anche lei.
“Se mangi tutto tu, di cosa vivremo noi, se i rifornimenti non arrivano?”
Mara la ignorò, e addentò una mela rinsecchita.
“Dove sei stata tu, invece?” biascicò.
“A vedere… a vedere se arrivava la barca con le provviste.” Mara scoppiò a ridere, i denti sporchi di cibo.
“Di notte? La barca non arriva mai dopo il tramonto.”
Enrica s'impappinò.
“Con questo tempo… e il ritardo… magari non rispettano più il vecchio orario.”
“Tu sei stata alla torre, da Roberto!”
Mara gettò uno sguardo oltre la parete, da dove le parve di sentire arrivare le solite voci.
“Vai, vai pure, ogni qual volta che vuoi. Non devi nascondermelo.”
Altro morso alla mela.
“Tanto Roberto ora ama solo me.”
Enrica sapeva che non era vero. Roberto le aveva appena confessato il contrario. Ma quell'affermazione le fece ugualmente salire il sangue alla testa. In uno scatto di rabbia afferrò la sorella per i capelli e la trascinò a terra, facendola strillare. Voleva riempirla di botte, di calci. Come poteva pensare che Roberto potesse preferire la piccola ed ingenua Mara? Per un attimo rivide sua sorella giovane, piccola, tonda, solare, fresca come un frutto, che faceva gli occhi dolci ai ragazzi… Avrebbe potuto avere tutti gli uomini che voleva… Perché proprio il suo Roberto? Ma non la colpì. Si accasciò invece contro il muro.
“Tra poco moriremo comunque di fame, o di freddo, o di chissà quale malattia. Forse dovremmo pensare a toglierci la vita da sole, e mettere fine a questo strazio.”
Mara scoppiò a piangere. In quel preciso momento sembrò scordare tutto. Voleva solo correre ad abbracciare la sorella e piangere sulla sua spalla. Ma due secondi dopo, dalla parete fu certa di sentire una voce che la chiamava, suadente.
“Roberto!” esclamò, schizzando via come una gatta folle verso la porta, oltre la porta, via, attraverso la tempesta, in direzione della torre.
Enrica le corse dietro, incapace di comprendere come la sorella potesse correre così veloce con tutta l'acqua che stava cadendo, e il fango, e il vento. Fu nel tentativo di recuperare la distanza che Enrica cadde a terra. La sua testa incontrò un sasso, e in un secondo la donna perse conoscenza.Mara entrò nella torre, trafelata, gocciolante, infreddolita.
“Roberto! Sono qui!”
L'ombra si materializzò in cima alla scala. Il fantasma le tendeva le braccia.
“Raggiungimi,” le ordinò.
Mara ebbe un moto di spavento. In cima a quella scala diroccata? Eppure doveva andare. e cominciò a salire, piano piano, col cuore in gola. Rischiò un paio di volte di scivolare. Ma lassù c'era Roberto, che l'aspettava sorridendo. Ecco, non mancavano che pochi scalini. Ora lo vedeva da vicino. E ahimè vide all'improvviso anche l'ombra che si celava dietro di lui. Abiti femminili. Chi poteva mai essere?Enrica le sorrise da dietro le spalle dell'amante. Era un'Enrica giovane, bella, sfacciata, provocante. Mara si sentì soffocare.
“Mi spiace, amor mio, ma guardati: ormai tu sei vecchia, lei invece è ancora giovane e appassionata. Chi pensi che sceglierò?”
Mara rimase muta. Piena di rabbia e sconforto. Ripensò a tutto quello che aveva passato quando Roberto era morto (quando avevano ucciso Roberto)… non era giusto, tutto ciò… non era giusto! Si gettò disperata sulla sorella che voleva di nuovo portarle via l'amore. Stavolta non l'avrebbe spartito con nessuno! Ma la scala le franò sotto i piedi. Enrica la spinse. Il vuoto l'accolse per un ultimo salto.Enrica riprese i sensi, accorgendosi che soffocava nel fango. Dov'era Mara? Mara, santo cielo! Si alzò più in fretta che potè, raggiunse la torre con la testa che pulsava e il corpo dolorante, spinse la porta e fu dentro. Si guardò intorno, ma di Mara nessuna traccia. La chiamò, allora. Ma fu Roberto a risponderle. Le tendeva le braccia.
“Vieni, sali da me.”
Era sporca di fango e bagnata. Non voleva salire così. Ma Roberto insisteva, e dopo un po' Enrica era quasi in cima alla scala, a pochi passi da lui. E fu allora che vide che non era solo. Dietro di lui, sua sorella Mara. Non la Mara che aveva inseguito fin lì, bensì di nuovo una Mara giovane e rosea, che le sorrise ammiccante, prima di mettere una mano sulla spalla di Roberto, con fare possessivo.
“Mi spiace, amor mio, ma guardati: ormai tu sei vecchia, lei invece è ancora giovane e appassionata. Chi pensi che sceglierò?”
Enrica non esitò neanche un secondo. Tutto ciò non era giusto, non era giusto! Si gettò sulla sorella con uno slancio atipico per la sua età. Ma la scala le franò sotto i piedi. La sorella la spinse. Il cielo scuro e carico di pioggia attraverso il tetto scoperchiato della torre fu l'ultima cosa che Enrica vide.I fantasmi dei due amanti riacquistarono la loro originale sembianza e scrutarono dall'alto i due cadaveri.
“Credi che torneranno ad infestare anche loro questi luoghi?” domandò la donna, toccandosi la ferita che le incrostava da secoli la testa.
L'uomo scosse la testa.
“Questo luogo è nostro. Solo nostro.”
Si voltò, e la poca luce che gli aleggiava intorno rivelò il suo zigomo schiacciato.