Estratto da Un salto nel buio
Abbottono la camicia grigia di seta del mio completo sulla ferita rosea che mi incide lo sterno. Lo specchio mi rimanda l'immagine sicura di un uomo giovane ed elegante. Fosse mortale, desidererebbe solo vivere per sempre.
La giornata è chiara e tersa, e io ho solo voglia di uscire. Piazza della Signoria è ricoperta di turisti come un'aia di fili di paglia e sterco. Giro ignaro tra la gente, ancora molto sensibile alle loro più profonde vibrazioni. Provo difficoltà a fissare tutte le persone con i capelli rossi. Fortunatamente è un colore raro. Sto per allontanarmi da via de' Calzaiuoli, quando mi fermo, scosso da una sensazione. Puzza di vampiro.
Mi volto lentamente, e Anna è lì davanti a me. Sorride, un sorriso più adulto di quello che ricordavo in lei. L'Eternità l'ha migliorata: non è più una stupida.
“Sei duro a morire, MacPherson,” mi dice accarezzandomi con le sue dita infantili lo sterno.
Inclina il viso in modo malizioso. So che se potesse, mi artiglierebbe via il cuore. Ma deve avere pazienza e aspettare. Sorriso a mia volta.
“Sono sicuro che tu non saresti riuscita a fare altrettanto.”
Le afferro il mento per raddrizzarle il viso. Lei fa una smorfia.
“Conto i giorni, MacPherson…”
“… che ti separano dalla mia morte. Molto carino, da parte tua. Ma per la tua che fai?”
“Io non morirò!”
La sua voce è acida e stizzosa. Vorrei che tutta la piazza potesse sentirci. Ma la gente ci sorpassa ignorandoci.
“Neanche tua sorella doveva morire, eppure è successo. Sei tu, adesso, a doverti guardare le spalle.”
Anna trema.
“Perché presto non sarai che uno stupido mortale. E allora ti attaccheremo tutti insieme, e ci contenderemo ogni goccia del tuo sangue, ogni brano della tua carne. Non ne avrai abbastanza per accontentarci tutti!”
Scuoto la testa. Sembro divertito, ma in realtà sto trattenendo le viscere. In un brivido, sento denti che mi dilaniano. Mi faccio forza.
“Ho fatto un patto con la Nera Signora,” bisbiglio, “un anno in più per ogni vostra testa che le consegnerò…”
Nello stupore, Anna ha gli occhi grandi di sua sorella.
Accenno un inchino e sparisco tra la folla.Dopo qualche giorno dal nostro incontro ravvicinato con Alioscia e Anna, cominciò la storia degli ossicini.
Piccole ossa vecchie, perfettamente pulite, lasciate sul nostro cammino: nel nostro letto, su una nostra sedia, sul nostro tavolo, nei luoghi che frequentavamo per caso, segno che una presenza invisibile, una specie di angelo custode perverso, ci seguiva da presso.
Già alla seconda reliquia avevamo capito che non si trattava né di una coincidenza, né di uno scherzo. Chi mai avrebbe voluto scherzare con noi?
Una notte, a Londra, rientrammo in albergo all'alba così bagnati di pioggia che la vista del soffice piumone rosato disteso sul nostro letto ci scaldò più del sangue che avevamo bevuto. Ci togliemmo in fretta di dosso i vestiti, lasciandoli semplicemente cadere sulla moquette, gareggiando a chi avrebbe raggiunto il letto per primo. Lenore sollevò la coperta. Invece di gettarsi a capofitto tra le lenzuola, rimase immobile. Vedevo le sue spalle chiuse, rigide, e il contorno stretto delle natiche. E udii il suo grido soffocato. In preda ad una crisi, si mise le mani tra i capelli, e cadde in ginocchio. L'ossicino, pulito ma un po' scurito dal tempo, spiccava sul bianco del lenzuolo, e sembrava un piccolo, scarnito dito accusatorio che puntava verso di noi.
Abbracciai Lenore da dietro, coprendole la faccia con una mano, trascinandola via dal letto, ma nella rabbia lei si ribellava. Evitavamo di chiederci un altro perché.
Nel giro di un mese avremmo potuto raccogliere tanti ossicini da farne un mucchietto. Non poteva essere segnale più chiaro. Poi cessò.La mia ultima vittima giace ai miei piedi. Forse sto cominciando a soffrire di allucinazioni, ma mi è parso, per un attimo, di cogliere nel suo sguardo una richiesta che mi ha fatto gelare il sangue nelle vene, giuro. Sicuramente mi sono sbagliato, mi dico a mente fredda. Ma nella foga della mia violenza, quegli occhi azzurri, enormi, voltati all'indietro fino a mostrare quasi tutto il bianco nello sforzo di vedermi, sembravano implorare. Si, fammi tua. Fammi come te. FAMMI COME TE!
E quel rantolo di morte, non mascherava forse un pianto di delusione?
Non ho mai conosciuto nessuno che mi abbia esplicitamente chiesto fa di me un vampiro. Tutti vorrebbero vivere per sempre, tutti implorerebbero l'immortalità, specialmente nel momento della morte, ma pochi immaginano quale sia il prezzo da pagare, o non oserebbero neanche farsi cogliere da un simile desiderio. Anch'io, nel mio passato, ho bramato l'Eternità come un ossesso. Ma non credevo che si dovesse passare per l'Inferno per raggiungerla.
Quegli occhi, stanotte, mi hanno ricordato Lazlo. Credevo di averlo cancellato per sempre dalla mia mente, e invece si era solo nascosto in qualche piega del mio cervello in attesa di saltar fuori di nuovo e pugnalarmi alle spalle.
Lazlo, l'uomo che voleva diventare vampiro per il gusto di poter uccidere impunemente, e per sempre. Il motivo più bieco per cui uno abbia mai desiderato coscientemente l'Immortalità. Perfino la follia di Ethan, a paragone, era illuminata saggezza. Lazlo, lo schifo della terra e l'orrore del cielo. Così abbietto che perfino i miei fratelli, alla fine, l'hanno rifiutato. L'arma usata e distrutta. Ma il mio incubo perpetuo e silenzioso. Su cui non potrò vendicarmi se non attraverso i suoi oscuri signori.
Passo sconvolto davanti ai locali affollati, con quel viso, quello sguardo supplice davanti agli occhi, e quel viso di donna che si sovrappone sempre più a quello altrettanto femmineo e crudele di Lazlo. Potrei scannarvi tutti, idioti della bella gioventù di oggi. Ma sono troppo triste per farlo, o troppo sconvolto. Se solo un altro di voi mi guardasse con quegli occhi allucinati, implorando che io possa darvi quello che non riuscite ad avere dalle droghe (a proposito, ho bisogno di qualcosa di forte, stanotte), dall'alcol o dallo sballo, credo che potrei urlare e dilaniare le mie carni dalla rabbia. E voi, ingenui e ignoranti, come potreste capire il mio dolore?Lazlo era un giovane come voi, senza niente dalla Vita se non la sua vita. Un po' di pelle, un po' di ossa e un sistema neuro-vegetativo. Cercava, come dite? Qualcosa di forte. Trovò Karola. E il male che si portava dentro (forse era più cattivo di molti di voi) venne fuori naturalmente, come un cane che risponde al fischio noto del suo padrone. Karola aveva bisogno di un'arma concreta da usare contro di noi, dopo che i tentativi diplomatici di Julio erano finiti nel sangue… e non nel mio e di Lenore. Lazlo voleva diventare un vampiro, entità sulla quale aveva letto, visto, capito e sognato di tutto, e forse troppo. Quale patto più equo? Due immortali per l'Immortalità.
Karola cominciò subito ad istruirlo, un po' come aveva fatto con Ethan. Affilava il suo coltello contro di noi. E stavolta la lama era buona, terribilmente buona. Nessun risentimento personale, nessun sentimentalismo. Solo l'irrefrenabile desiderio di diventare uno di loro. Cominciava bene.Lazlo viveva con loro, pensava con loro, agiva con loro. Vampiro ancora prima di diventarlo. E quando ci catturarono, portandoci di forza in quell'oscura costruzione diroccata in mezzo al nulla, come nel più canonico film dell'orrore, trascinati come schiavi in mezzo alla cerchia degli Eletti per essere giustiziati, fu la mano di Lazlo a compiere su di noi ogni abominio e ogni tortura. Fu lui che, istruito ormai da giorni, da mesi, su quello che doveva fare, con sommo piacere riportò Lenore allo stato mortale, per poi darle subito la morte nel modo più efferato che la mente umana possa concepire (no, non dirò come è morta veramente Lenore, perché io stesso non voglio ricordarlo, e perché non voglio che la sua memoria s'imbratti di nuovo di quel sangue).
Fu ancora e sempre Lazlo che, sfruttando l'effetto anestetico e paralizzante di quell'assassinio su di me – no paura, ma il più puro e straziante dolore – praticò sul mio cuore quel rito a metà che mi ha reso un vampiro a tempo determinato.
Non avrei avuto alcun motivo, quella notte, di ridere. Il sangue, il dolore e gli sguardi dei miei fratelli mi accecavano. Il loro odio, palpabile come un fluido nella stanza affumicata dalle candele, mi annientava. Eppure quando vidi Lazlo, con il contegno del più virtuoso cavaliere medievale, ma ben sicuro di sé, troppo sicuro di sé, inginocchiarsi ai piedi di Karola per ricevere la sua ricompensa, la mano sullo scollo della t-shirt rossa di sangue per allargare la porzione di collo disponibile, e io vidi il coltello guizzare lucido nella mano di Karola, capii immediatamente, oh sì, capii tutto, e cominciai a sorridere.
Il coltellino squarciò a fondo la giugulare di Lazlo, e Karola si gettò avidamente su quel sangue, mentre Lazlo ansimava di piacere, l'idiota. Karola non si sarebbe fermata, no, e lui lo capì troppo tardi. Il coltello gli trafisse il cuore prima che la consapevolezza della morte gli riempisse gli occhi chiari. Il suo cadavere cadde a terra, e il piede sprezzante di Karola lo calciò lontano da sé. Io ululai e risi con tutto il fiato che mi era rimasto. Un calcio in pieno viso mi zittì. Quando mi ripresi…
Mi alzo dal letto, completamente fatto. Non posso fidarmi più tanto di me stesso, dei miei nervi, del mio cervello. Eppure ho la palpabile sensazione che qualcuno sia stato qui stanotte, a pochi passi da me, nella mia casa, nella mia fortezza.
Vorrei credere ai fantasmi, per poter credere che sia stata Lenore, ma il sottile odore di morte che le mie narici percepiscono mi dice che chiunque abbia varcato la mia soglia non l'ha fatto con intenzioni benefiche. Perché, allora, non ha colpito?
Mi sveglio all'improvviso, con un brivido, e cominciò a rovistare nella mia stanza, alla ricerca di un segnale di quel passaggio. Ho capito, stanno ricominciando con la tecnica della pressione psicologica. Stanno minando la mia certezza e la mia protezione. Come un acido, corrodono il mio spazio. Segnali di paura. Ma nella mia stanza non ci sono ossa, né sangue né altri messaggi da decifrare.
Apro la porta sul corridoio, senza indecisione. Il silenzio è rotto solo dal ticchettare della pendola. Mi trascino lungo la guida bordeaux verso la porta d'ingresso, reggendomi la testa che vuole esplodere. Nell'angolo del mio occhio, qualcosa stona in tutta questa penombra. Dov'è? Cos'è? Un'altra allucinazione?
No, il foglio, perfettamente liscio e ripiegato, è lì, appena oltre la porta. Mi chino con fatica e lo apro, mettendo a fuoco la piccola calligrafia rotonda e infantile, un po' imprecisa.
A che gioco stai giocando, MacPherson?Anna.
Mi rovescio sul tappeto morbido, polveroso. Non lo so, mia cara sorella. Ma comincia a giocare anche tu.Mio padre aveva lo sguardo un po' folle di chi ha passato troppo tempo per mare, a fissare l'orizzonte piatto o a combattere le tempeste, ira di Dio. Poteva dirti le cose più serie, e i suoi occhi guizzavano su di te e intorno a te, sbalorditi, quasi, e allo stesso tempo pieni di triste dolcezza e di rancore.
Credo che amasse tutti i suoi figli allo stesso modo, ma non più di quanto avesse mai amato tutti i suoi mozzi.
Mi mise davanti agli occhi quello che credeva mi spettasse, e io pensai alla parabola del figliol prodigo, che chiede l'eredità prima della morte del padre.
Tuo fratello maggiore ha voluto seguire i miei passi, tuo fratello minore ha preferito gli studi. Tu, forse, devi ancora trovare la tua strada, e io non voglio impedirtelo.
Probabilmente finirò anch'io per darmi al commercio, replicai. Per ora, sento solo il bisogno di viaggiare.
Mi sembrò di leggere un che di sarcastico nei suoi occhi un po' pazzi. Io ne avevo ereditato il colore, mentre i miei fratelli avevano gli occhi bruni e vellutati di mia madre. Ero il secondo figlio di un secondo figlio di un secondo figlio.
Mio padre spinse più avanti sul tavolo il credito che mi spettava. Nella busta troverai anche una serie di indirizzi di agenzie commerciali e compagnie con le quali lavoro. Potrai cercare di queste persone, se avrai bisogno di qualcosa, qualunque cosa: un lavoro, soldi, consigli. Conta di rivolgerti a tuo padre.
Grazie.
Mio padre sospirò. Sei un figlio strano, Montague. Io non riesco a capirti… Ma va, ora! Chiedi la benedizione di tua madre e parti. Rimase ad aspettare dietro la finestra che la mia carrozza arrivasse infondo al viale, e io potevo quasi immaginare i suoi occhi irrequieti seguirmi con amorosa impazienza.