Senso

 

Ha ancora senso parlare d'amore in questo mondo stravolto dalla tecnologia, dalla mania, e dalla perfezione?
Mi guardo allo specchio. Guardo la mia nuova faccia, il mio nuovo corpo. Guardo Raul, pensando quanto l'ho voluto, quanto ho pensato che solo così sarei stata completa. E invece… e invece dopo un anno ancora non mi riconosco allo specchio. Tutt'altro che completa. Tutt'altro che felice. Tutt'altro che veramente me stessa.

Il vento artificiale, regolato a temperatura ottimale, entrava dalla finestra, accarezzando il viso di Pietr, per andare poi ad arruffare i pochi fogli sul tavolo.
- Io domani vado in ospedale, per gli esami pre-operatori. –
Colsi il brivido lungo la pelle delle sue braccia nude. Si passò la mano sulla faccia.
- Maia… -
Finsi di non averlo sentito.
- Sarebbe bello se potessero operarci, non dico lo stesso giorno, ma almeno in giorni vicini. –
La voce mi si stava incrinando, dannazione. Lo sapevo, non sarei riuscita a contenere l'emozione.
Pietr corse ad abbracciarmi. Anche lui aveva gli occhi umidi.
- Hai paura che quando ti risveglierai, io avrò cambiato idea? –
Annuii. Come una bambina consolata per la sbucciatura ad un ginocchio.
Lui sorrise. Aveva la luce tra le labbra.
- Lo sai perché non mi faccio operare con te? Perché almeno per qualche giorno dall'intervento voglio starti vicino. Lo sai che non sarà facile, no? Finché potrò, voglio occuparmi di te. –
Mi accarezzava e mi parlava. Poi sarebbe toccato a lui. Per lui sarebbe stato altrettanto doloroso e difficile. E io non ero neanche sicura che mi sarei ripresa a sufficienza per potergli stare accanto. Pensai che il suo pensiero nei miei confronti fosse meraviglioso.
Un bacio sulla fronte.
- Domani, se vuoi, ti accompagno all'ospedale. –
- Dice che mi faranno vedere anche un modello grafico di come sarò dopo.-
- Un motivo in più per non mancare, amore. –

Mi chiamavo Maia. Ero una donna. Una donna che desiderava fin dall'infanzia essere un uomo. Né gay né transessuale. Uno scherzo della natura frutto della tecnologia sperimentale sui feti umani dell'anno 3013, nata, cresciuta, scartata, vittima di pulsioni contrastanti, una bella ragazza castrata nell'animo, con in tasca solo la promessa che se solo avessi voluto, una volta maggiorenne avrei potuto operarmi per diventare quello che veramente volevo essere. E certo che lo farò, mi ripetevo in continuazione. Finché non incontrai Pietr. Sorte ironica. Un uomo capace di tirar fuori di me pulsioni e atteggiamenti femminili.
Lo psicologo recentemente mi ha detto che ciò è sicuramente dovuto al fatto che Pietr era me al contrario. Un altro figlio della provetta, un'altra cavia. Un uomo che desiderava essere una donna, né gay, né transessuale. Nella nostra intimità ci completavamo, perché in realtà, non solo fisicamente uno era ciò che l'altro avrebbe voluto essere, ma interiormente uno era anche ciò che l'altro cercava.

Per gli esami, c'era una lunga fila in ospedale. Gli interventi di chirurgia estetica e di perfezionamento sono frequentissimi, molti, ormai, fatti in day-hospital. Siamo una generazione di insicuri, di paranoici, di ossessionati dall'aspetto fisico. E, non dimentichiamocelo, anche di figli della provetta scartati. L'unico modo in cui il nostro mondo può ripagarci dei suoi errori è regalandoci benessere, illusioni, e chirurgia gratis a go-go. Molti erano lì per cambiare sesso, stanchi di vivere come animali in un circo. Alcuni spinti, più che altro, dall'idea di aver trovato finalmente la loro strada, altri dall'amore di un partner (o dall'illusione di averne finalmente trovato uno). Ho conosciuto anche un paio di persone disposte a cambiare sesso per fare carriera. Credo che oltrepassata una certa barriera, non ci siano più limiti che possano definirsi tali.
La stanza degli esami era invasa dalla luce del sole. Le protesi appese alle pareti a scopo dimostrativo erano fredde e affascinanti come opere d'arte in un museo. Il dottor Mua, che seguiva il mio caso, ci fece accomodare alla scrivania, mentre l'infermiera preparava le provette.
- Questo è il suo prototipo, Maia, - mi disse porgendomi un grafico in 3D che doveva raffigurare quello che sarei diventata.
Pietr scrutò il mio futuro. Rimase piacevolmente impressionato dal fisico asciutto ed energico che, secondo i medici, avrei raggiunto dopo circa 6 mesi dal completamento dell'intervento. Io ero emozionata e confusa allo stesso tempo.
- Come le ho già detto, abbiamo deciso di non intervenire in modo massiccio sui lineamenti del viso. E' molto importante, da un punto di vista psicologico, che lei possa riconoscere sempre delle tracce del suo passato io. Inoltre, ci permetterà di ridurre l'uso massiccio di protesi facciali e silicone, che col tempo possono portare ad un precoce invecchiamento della pelle, a meno di non ricorrere ad ulteriori interventi chirurgici. –
No, grazie. Non ero lì per un mero fattore estetico. Ero lì per riprendermi la mia vera identità. D'altra parte il mio viso era sufficientemente neutro da poter appartenere tranquillamente sia ad un uomo che ad una donna. Io e Pietr ci sorridemmo a vicenda, emozionati, come se stessimo guardando l'ecografia del nostro futuro figlio.
Mua ci sorrise di rimando.
- Se crede, - disse, rivolto al mio compagno – ho già pronto anche il suo prototipo. –
- Beh, ma io non sono ancora vicino all'intervento… -
- Certo, certo… ma se vuole, è pronto. –
Io spinsi perché Pietr lo guardasse. Volevo provare la stessa emozione che lui aveva provato guardando il mio. Il dottore ci passò il foglio, compiaciuto come un prete che abbiamo appena sposato la coppia più bella e felice della sua carriera.
Io arrossii.
- Ma avrai delle tette enormi! – esclamai, guardando istintivamente le mie. Una misera seconda misura.
- Oh, ma è quello che ha richiesto il signore! – ribadì Mua imbarazzato.
Guardai Pietr che non parlava.
- Comunque sarai bellissima. Perfetta. E tutta per me! – scherzai.
Pietr si scosse. Mormorando un certamente. Anche Mua si rilassò.
- Sarete una coppia deliziosa. Esattamente come adesso. –
L'infermiera mi chiamò per iniziare gli esami di routine.

Dei 15 giorni conseguenti all'intervento ricordo poco o niente… facce come ombre attraverso il velo che mi ottenebrava gli occhi… voci indistinte… dolore subito attenuato dai farmaci. Il risveglio fu sudato. Mi sentivo leggera… anzi, leggero, a questo punto. E bagnato.
Percepivo l'odore del mio sudore misto a quello dei disinfettanti e dei farmaci. Cercai subito Pietr, o la donna che poteva essere lui. Cercai qualcuno che mi dicesse, ecco la tua compagna. Ma erano tutti dello staff medico.
Ricaddi sul cuscino stremato. Una strana sensazione mi stava letteralmente azzannando lo stomaco, ma pensai fosse la debolezza.
Mua in persona venne a somministrarmi un calmante.
- Hai sofferto un po' più del previsto. Forse avevamo leggermente sopravvalutato la tua resistenza fisica. Ma sta procedendo tutto alla perfezione. Non preoccuparti. –
- Pietr? – mormorai prima di lasciarmi andare ai farmaci del sonno.
- Maia, - rispose – Ora si chiama Maia. –

Quando mi risvegliai, mi alzai, e mi guardai per la prima volta allo specchio, ero Raul. Avevo il corpo maschile che avevo sempre desiderato. Il chirurghi avevano fatto un lavoro splendido: darmi un'altra identità senza stravolgere la precedente. Ma in me rimaneva ancora molto di Maia. Ad esempio tutto un bagaglio di ricordi e sensazioni legati al mio essere femminile. Ad esempio il bisogno di Pietr, che era ancora legato ai miei ricordi ed istinti di donna.
Entrai nel panico.
Era tutto normale, mi dicevano. Lo psicologo sarebbe intervenuto entro pochi giorni con il suo programma di supporto. Voglio solo la mia metà, pensavo. Datemi la mia metà e sarò finalmente completo. Ma solo dopo 5 giorni acconsentirono a condurmi nella sua stanza.
Camminai lungo un corridoio, che ricordo invaso di luce, e di rare infermiere silenziose che portavano biancheria pulita nelle stanze. Sentivo solo il battito del mio cuore (non andava troppo veloce? Ero ancora convalescente!), e il sangue scorrere nelle mie vene. Maia. Aveva scelto il mio nome. E io stavo per vederla. Toccarla. Mi sarei eccitato come quando Maia toccava e abbracciava Pietr? Feci scivolare casualmente la mano sull'inguine. Per un attimo mi preoccupai pure del fatto che prima o poi avrei dovuto mettere alla prova il mio nuovo accessorio. E…
- Questa è la stanza, - mi disse l'infermiera.
Ancora luce. Non riuscivo a vedere bene chi ci fosse dentro, udii solo una risata brillante. Terribilmente familiare.
L'infermiera bussò sullo stipite.
- Maia, ci sono visite. –
Entrai nel silenzio più totale (a parte il cuore che mi pompava nelle orecchie, ma non credo che gli altri potessero udirlo), le ginocchia che mi tremavano come ad un ragazzino, la bocca così secca, così amara…
E come in una scena a rallentatore, vidi Maia (perché, sì, finalmente era Maia), un fagotto sul letto, coperta di fasce e cerotti, ma vitale. Solo un braccio spuntava dalla pila di coperte che l'avvolgevano, ed era perché lei potesse farsi tenere la mano da un uomo. Per qualche minuto i miei occhi misero a fuoco solo quello: le loro mani unite come in un eterno giuramento. Sentì uno strano calore salirmi su per il corpo. Ogni mia estremità doleva come se fosse prossima al fuoco. Poi il mio sguardo si spostò sul profanatore. Sì, perché in quel momento pensai che, tranne i medici, io avrei dovuto essere il primo a sfiorare la mia donna. Finalmente la mia donna.
L'uomo avrà avuto 40-45 anni. Biondo. Stempiato. Una faccia grande, ossuta. Una bocca larga che non riusciva, in quel momento ad atteggiare ad un sorriso sincero. Era un uomo. Un uomo vero. Lo percepii subito, ed immediatamente dopo caddi in confusione.
Perché nessuno parlava. Perché nessuno faceva qualcosa? Non era così che avevo immaginato il mio primo incontro con Maia. Qualcosa non stava funzionando come doveva.
Avrei voluto dire una frase ad effetto per spezzare l'incantesimo che mi teneva prigioniero di quell'incubo. Ma riuscii solo a voltarmi e ad uscire dalla stanza mentre la flebile voce di Maia tentava di presentarmi il signor Kim.

I primi tempi da solo a casa avrei potuto passarli a letto, senza mangiare né bere, se non avessi avuto il supporto psicologico, e gli assistenti che venivano ad accertarsi che prendessi certe medicine, e mi nutrissi sufficientemente. I primi tempi sono fondamentali per il nuovo corpo. E per la nuova identità.
Poi arrivò Maia. La vidi scendere dall'auto bianca dell'ospedale, sostenuta dal signor Kim. Lui voleva accompagnarla dentro, ma con un gesto lei lo allontanò gentile. Immaginai dal movimento delle sue labbra e dall'espressione del (bellissimo) viso, che vedevo solo allora per la prima volta, che gli dicesse, fammi sistemare questa situazione con quello lassù, ti prego, devo farlo da sola.
Quando entrò, feci finta di non sapere che stava arrivando, finsi di essere sul divano a leggere un libro come in una qualunque domenica.
Maia era un lavoro persino più riuscito del mio. Non una donna. Una bambola. Semplicemente perfetta. Erotica. Niente che il prototipo aveva potuto lasciar immaginare, a parte le dimensioni del seno. Più che il risultato di una chirurgia plastica, sembrava il frutto di pura computer grafica.
Lasciò cadere la borsa sulla poltrona e scosse i lunghi capelli. Quel briciolo di donna che ancora rimaneva sepolto sotto il mio testosterone si vergognò per l'immagine banale e ordinaria che l'aveva contraddistinta.
Ancora la trama non era quella che avevamo scritto insieme prima che il bisturi compisse la magia. Non si gettò tra le mie braccia, né io tra le sue. Ci limitammo a fissarci, come due bestie che si annusano.
- Mi spiace, - mormorò infine lei, con voce estremamente roca. - Ma ho perso la testa.-
Capii subito a cosa si riferiva.
La gelosia mi incendiò, accesa dalla mia natura maschile.
- Cosa cazzo vuol dire ho perso la testa?! - urlai. - Non è la testa che comanda, è il cuore!!! -
Se la gente usasse meno la testa e più il cuore, ci dicevamo in passato, toccandoci col pugno chiuso una volta la fronte, e poi il cuore con il palmo della mano aperto, la natura umana non avrebbe più limiti. Le tipiche frasi di chi, messo all'angolo dalla società imperante, finisce per ritenersi speciale, e si inventa filosofie e motti atti a giustificare che lui è diverso perché è migliore.
- Non la testa!!! - urlai ancora sbattendomi il pugno sulla fronte. - Il cuore!!! -
Ma Maia sembrò non riconoscere quel gesto. Quelle parole.
- Testa o cuore, - rispose, - non cambia molto. Io non ti amo più. –
Mi guardava aspettando il congedo. Qualcosa tipo: grazie, allora, è stato bello, se capiti da queste parti, sali per un caffè. Ma io non ero disposto a lasciarla andare così. E mentre mi aggiravo nelle stanze mia interiorità ferita, alla ricerca di qualche strumento che potesse risvegliare il suo amore, trovai solo l'immagine di lei che scendeva dalla macchina con un altro uomo, e poi di lei nella stanza d'ospedale, con un altro uomo.
- Da quanto dura? – chiesi, reprimendo un singhiozzo.
Maia si sedette sulla mia poltrona, ormai incerta sui tacchi delle scarpe eleganti che portava.
- Un po' di tempo. –
- Un po' di tempo? –
- Un po' di tempo. –
Forse era morto il suo amore, ma non il legame mentale che ci aveva unito fino a renderci molto spesso telepatici, perché un secondo prima che glielo chiedessi, lei mi confermò:
- Tutto questo, - e indicò con la mano il suo corpo – mi spiace, ma non l'ho fatto per te. –

Il mio analista mi chiede se ho smesso di pedinare Maia. Gli dico di sì, non è una bugia. Ma vorrei urlargli che non ha molto senso, visto che la penso il 99,9% delle volte che la mia testa concepisce un pensiero. Credo si chiami ossessione. O almeno la chiamano ossessione quelle creature equilibrate che non hanno mai conosciuto l'amore e il bisogno. A volte sogno di poterle dire che neanche io sono diventato uomo per lei, ma per me stesso. Ma io senza di lei cosa sono? Potrei benissimo essere uomo, donna, cane, pianta rampicante… quasi non esisto.
Eppure ho ripreso una vita normale. I miei ormoni maschili hanno annientato ogni apparenza di fragilità emotiva. Mi percepisco come mi percepiscono gli altri: deciso, compatto. Ma io so di covare una sacca di dolore che fermenta e fermenta. Qualcosa che nessuna operazione chirurgica potrà strapparmi.
Appena Maia uscì da quella porta, seppi che io ero diventato Raul solo per lei. E adesso niente aveva veramente più senso. Cominciava invece la fase del ricordo, del dolore e dei perché. Cominciava la fase del dare un senso a questo corpo maschio senza la sua controparte femmina. E per me era più improbabile che imparare a volare.

Anche Maia aveva indubbiamente mantenuto qualcosa della sua natura maschile. Non mi cercò mai più. Tranne una volta. Due squilli di telefono. La mia risposta apatica. Tre secondi di interminabile silenzio, in cui capii che era lei ancor prima di sentire la sua voce. Parlò come se recitasse il verso di una poesia.
- Penso che esista una specie di maledizione, che ti colpisce quando ferisci qualcuno fino a farlo piangere. - E riagganciò.
Non mi stupì che lei sapesse delle mie lacrime anche se non le aveva mai viste.

L'analista parla. Parla a quella parte della mia testa che gli dedico. Forse un 10% della mia attenzione. Dice che forse io non sono mai stata né tutto uomo, né tutto donna. Parla di un ibrido dei due generi, un essere fatto più che altro di anima, non asessuato ma pansessuale, per cui il sentimento-in-divenire è più importante dell'identità. Che forse non troverò mai la mia personalità nei canoni pragmatici della società, ma rimarrò fluttuante tra i meandri del mio sentire così totalizzante. Chiude dicendo che dovrei sviluppare il mio lato artistico. Sarebbe un ottimo sbocco per la mia psiche. Dice che potrei comunque realizzarmi.
Ma ha senso che un essere come me trovi sbocchi e realizzazione in questo mondo stravolto dalla tecnologia, dalla mania, e dalla perfezione?
No, non seguo più Maia. Ma ogni tanto mi fermo sotto casa sua, ad osservare la sua finestra. Chiusa. Attraverso uno strano giro di voci, ho saputo che il suo corpo si sta come… smontando. Un fallimento della nostra avanzatissima chirurgia plastica. Ma un margine di errore e di insuccesso è sempre preventivato. Uno spiraglio. Ma lei ci è passata completamente attraverso.
Vorrei darle il mio corpo, adesso. Davvero. Forse si accontenterebbe anche di tornare uomo, pur di sopravvivere. E per me, lo ammetto, sarebbe come se tornassimo insieme.

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